L’attacco (verbale) americano al capo della Chiesa – anche se non con questi toni, senza precedenti di sorta – covava probabilmente da qualche tempo. Le critiche alle guerre c’erano state da subito dopo l’elezione, ma è dal discorso al corpo diplomatico, a inizio gennaio, che i toni di Leone sono via via saliti, fino al culmine dell’intervento nella Basilica di San Pietro alla Veglia per la pace di sabato scorso, quando ha puntato dritto verso Donald Trump, parlando della preghiera come un «argine al delirio di onnipotenza». Più chiaro di così.

Non solo: la veglia contro la guerra - in coincidenza con i colloqui in Pakistan, poi falliti - c’è stata anche in molte chiese negli Stati Uniti, e questo ha mandato in fibrillazione il presidente, votato dalla maggioranza dei cattolici (il 60%, ora questa percentuale sarebbe più bassa).

La chiave di lettura dello scontro, certamente ancora non chiara, è forse proprio la chiesa in Usa: la maggioranza dei vescovi è tuttora filo repubblicana e già simpatizzante del tycoon – il presidente è il conservatore Paul Stagg Coakley, che ha comunque condannato immediatamente le dichiarazioni di Trump - ma le cose dopo gli assassini dell’Ice e le deportazioni stanno cambiando, anche tra i più conservatori, e questo Trump lo percepisce bene e infatti dice che il papa «non crede nella lotta alla criminalità», buttandola quindi sulla sicurezza interna.