Il calcio italiano si è svegliato, ancora una volta, fuori dal Mondiale. Ma questa volta il problema non è solo sportivo, ma istituzionale, economico, reputazionale. Le dimissioni di Gabriele Gravina dalla presidenza della Figc, arrivate il 2 aprile 2026 dopo la sconfitta contro la Bosnia a Zenica, chiudono una fase che il modello AI Reputation Index (Airi) di Cogit AI per Forbes Italia definisce senza sconti: default reputazionale.
Il dato sintetico è spietato: il calcio italiano vale 17,4 su 100. Gravina ha una reputazione di 13,2. Lo sport italiano nel suo complesso, escluso il calcio, viaggia invece a 95,2. Tre numeri che non raccontano una crisi congiunturale, ma una frattura sistemica tra governance calcistica e resto dell’ecosistema sportivo nazionale.
La terza esclusione consecutiva dai Mondiali (2018, 2022, 2026) è solo la superficie visibile di un processo che si è sedimentato nel tempo. Zenica non è il punto di rottura: è il punto in cui il sistema smette di nascondere le sue fragilità.
Un default che non nasce in novanta minuti
Il 31 marzo 2026 l’Italia perde contro la Bosnia e chiude definitivamente la corsa ai Mondiali. Due giorni dopo arrivano le dimissioni di Gravina e di Gianluigi Buffon, ex capo delegazione della Nazionale e Gianluigi Buffon. Ma il modello AIRI legge quella partita come un epilogo, non come un’origine.






