Le ultime notizie sulla salute mentale di Donald Trump le apprendiamo dall’intervista resa al quotidiano La Stampa da Mary Trump, psicologa e nipote dell’uomo più potente del mondo. La stessa afferma senza mezzi termini: “Mio zio Donald soffre di disturbi psichiatrici gravi e non diagnosticati. È inadatto a ricoprire posizioni di potere. Oggi è anche peggiorato. Dimentica molto spesso ciò che sta dicendo, non controlla gli impulsi… La verità è che Donald è, in sostanza, un bambino terrorizzato, che non è mai stato amato”. Sarà pur vero quello che afferma la nipote del presidente degli Stati Uniti, ma l’America non sembra malata solo di Trump. Molti politici ed autorevoli commentatori liberal continuano a rimuovere i problemi di fondo, attribuendo lo sconvolgimento geopolitico che sta interessando diverse aree calde del pianeta alla instabilità psichica di Trump, per assolversi dal compito più difficile: comprendere la crisi profonda delle democrazie contemporanee.

Ma il punto decisivo non è stabilire se Trump soffra o meno di un disturbo cognitivo o caratteriale. Sarebbe persino rassicurante. Perché trasformare Trump in un caso clinico consente di evitare la domanda essenziale: come può un uomo con quelle caratteristiche ottenere il consenso di decine di milioni di cittadini in una delle più antiche democrazie costituzionali del mondo? La tentazione patologizzante serve ad eludere il problema politico. È il riflesso di un atteggiamento culturale che preferisce ridurre il conflitto storico a deviazione individuale: se il leader è “pazzo”, allora il sistema resta sano. Se il problema è la mente del capo, non occorre interrogarsi sulla società che lo produce. E invece Trump non è un incidente. È un prodotto.