Viareggio celebra la sua Stefania Sandrelli in occasione dell’ottantesimo compleanno dell’attrice il 5 giugno. «Stefania 80», mostra visitabile a Villa Paolina Bonaparte sino al prossimo 30 agosto, ripercorre la lunga carriera di Stefania Sandrelli con un ricco panorama di locandine, fotobuste, memorabilia e pezzi di pregio come libri, riviste e bozzetti originali. Tutto proveniente dalla collezione di Alessandro Orsucci.
Scoperta da Pietro Germi nel 1961 e consacrata definitivamente dal celebre film “Divorzio all’italiana”, Sandrelli ha interpretato circa 120 film per il grande schermo e più di 30 produzioni televisive tra film e serie, collaborando con alcuni dei più grandi registi italiani e internazionali, da da Ettore Scola, Bernardo Bertolucci, Mario Monicelli, Francesca Archibugi, Paolo Sorrentino, fino ai grandi nomi del cinema europeo come Claude Chabrol, Bertrand Tavernier e Margarethe von Trotta.
Ghiotta occasione per i cinefili che potrebbero, tra l’altro, riscoprire un film forte e a tratti profetico del quale la Sandrelli fu protagonista. Si tratta de «La bella di Lodi», opera narrativa di Alberto Arbasino che firmò anche la smagliante sceneggiatura per il grande schermo insieme al regista Mario Missiroli. Una giovanissima Sandrelli, scortata dalle musiche di Piero Umiliani e abbigliata da Danilo Donati, restituisce l’incisivo ritratto di Roberta, ragazza nata e cresciuta ricca che pressocché niente può impressionare. Lunghe sequenze la vedono al volante della sua «Giulietta»: «Io quando guidano gli altri sto sempre male». Roberta vuole scegliere in tutti i sensi la propria strada. Anche le persone che le sono più vicine stentano a capirla e talvolta la fraintendono. Così suo fratello: «Non lo sa mica bene quello che vuole. Dice mica tutto anche con me, sai. La Roberta ha quel carattere lì: un po’ è sì, un po’ è no». In realtà, la bella di Lodi sa decidere. Che siano i posti a tavola per un pranzo o il licenziamento dei dipendenti. Le sue soluzioni drastiche sono manifestazioni di un potere autocelebrato e di una certezza di mezzi: «Adesso non è il caso di star lì a fare delle scene. Una volta messe in chiaro le cose, basta. Chiuso». Un passetto indietro a lei, familiari e amici arrancano. A seconda delle stagioni parlano del caldo con i turisti a Milano che sono tutti «già in braghette»; lamentano il freddo invocando «la stufetta elettrica, magari una di quelle con le bombole». Roberta non ha né caldo né freddo. Siede per conto suo a fumare in corridoio. Taglia corto, va al sodo. Se entra in un ufficio, il suo ingresso può essere sensazionale e risonante: «si tratta di un attimo per uno schiarimento». Il vociare di Roberta, il suo gestire, dicono la radicata abitudine a impartire ordini e la naturale aspettativa di essere obbedita. Un’attitudine che si palesa anche al ristorante. Là incalza un’innocente cameriera: «Sono di oggi o di ieri, questi? Mi guardi bene in faccia, che tanto dopo capisco». E se la pietanza ordinata tarda ad arrivare, intima stentorea: «Me l’acceleri, eh? Grazie». Dietro le lunghissime ciglia artificiali Roberta fissa il mondo e presto se ne annoia: «Dopo un po’ in questi posti qui, basta sai. Ci si stufa». Incrocia un vispo cuccioletto di cane: «Guarda che bel cagnino!».Un momento che subito passa. Roberta somiglia alla nonna, la vecchia rapace e capace che il suo svagato consorte chiama «Dulcinea del Toboso». Se ha ospiti in casa la nonna mette sotto chiave i buoni fruttiferi. E coltiva l’abitudine di compulsare i listini di Borsa affermando inappellabile: «Aspettiamo. Poi compriamo». Lei capisce che la nipote è l’unico asset della famiglia: «Tuo nonno e tuo fratello si sa quello che sono. Non è colpa loro. Non hanno attitudini e basta». Come la nonna, Roberta gestisce e valuta. In più, esercita disinvoltamente la nobile arte della delega: «Ah, senti, dì alla nonna che se le danno fastidio i moduli dell’ispettorato faccia trottare un po’ il ragioniere che per quella roba lì è inutile che mi scomodi io…». Tutto bene finché la ragazza incontra un meccanico arrivista. Lui tenta il colpo. La scalata sociale da ascensore ipersonico. Ma ha sbagliato a prendere le misure. Roberta non è certo trasportata dalla piena del sentimento o dalla seduzione idealista di un ménage che sfida le differenze di classe. Piuttosto, sta effettuando una transazione. Sta perfezionando un investimento: «Dimmi il movimento medio di un garage in un mese. Uno né grande, né piccolo, uno già avviato da qualche anno, normale insomma…». Il film allestisce un gioco di doppia simulazione, una strenua lotta per il predominio mai veramente esplicitata ma non per questo meno feroce. Le carte vincenti in mano a Roberta non sono solo banconote. Lei ha il controllo. «Andar via in macchina senza dir niente non è il sistema» ammonisce. «Si lascia detto. Già è la seconda volta…» Il meccanico viene rivestito nei negozi del centro, condotto in ristoranti di lusso, confuso con improbabili punte di sfrontatezza provinciale. Lui, pettinato e ripulito, vagheggia un’officina tutta sua con il reparto lucidatura e «un bel tetto scorrevole di vetro». Roberta ride. La sua risata, se tocca pure qualche nota volgare, ha il suono del trionfo. Da vincitrice quale è, la bella di Lodi non permette insubordinazioni. Quando il meccanico intuisce che il miglior affare della vita gli impone di consegnarsi per intero, tenta una flebile ribellione. Roberta gli scocca un’occhiata obliqua, gli sente il polso e sentenzia: «Stai mica bene tu…».






