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Follia omicida. Franco De Grandis, 66 anni, dipendente di una impresa di pulizie nel gennaio scorso ha ucciso a colpi di pistola il pizzaiolo Luigi Carbone, 48. Il delitto è avvenuto davanti a una palazzina del quartiere popolare di via Popilia, a Cosenza. Il movente? Nessuno. O meglio: l'assassino agì in preda ai deliri che da tempo l’inseguivano. L’uomo vedeva e sentiva cose che altri non vedevano, né sentivano. Il dato emerse subito, sin dal primo interrogatorio reso di fronte al procuratore capo di Cosenza, Vincenzo Capomolla, e al pm Veronica Rizzaro.

«Mi sparavano con armi ad aria compressa, tentavano di entrare in casa... vedete tutta la parete del palazzo è piena di buchi...»: il racconto reso dall’assassino venne definito dai magistrati inquirenti «stravagante». De Grandis mostrò una grande confusione concettuale. «Non riesco a camminare perchè ho le gambe piene di buchi a causa dei colpi che mi hanno sparato...»: non era cosi. L’uomo era ed è costretto a deambulare con difficoltà a causa di fastidi alla schiena. Sempre nel corso del medesimno interrogatorio, al cospetto pure del suo avvocato, Amabile Cusino, disse che Carbone, la vittima, era «legato alle Brigate Rosse» e quella mattina gli aveva puntato contro un mitra dal parcheggio della palazzina. Niente di vero: la vittima era disarmata e stava salendo in auto. «Ho sparato per intimidirlo» precisò «non per ammazzarlo». Poi parlò dei suoi genitori sostenendo che fossero stati «uccisi». Un dato assolutamente falso. Una ulteriore prova dello stato di alterazione mentale.