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Adriano Panatta
Adriano Panatta ha premiato Sinner a Roma con il presidente Mattarella: gli ho detto che voglio premiarlo anche a Parigi. Vi rivelo il suo segreto da campione
L'ho abbracciato e gli ho detto "Voglio premiarti anche a Parigi". Mi ha risposto, "Magari, Adriano, sarebbe la cosa più bella del mondo". Ho voluto avere l'ultima parola… "Stai tranquillo", ho aggiunto, "gioca come sai e vedrai che tutto andrà bene". Sono contento, vederlo vincere a Roma mi ha fatto felice, l'italiano che prende il mio posto nell'albo d'oro degli Internazionali è il Numero Uno, un motivo in più per affidare a lui il futuro del nostro tennis. È in buone mani. Le migliori. Non avevo molti dubbi, ma so che è stato difficile. Più che Ruud, finalista gentile, cuore d'oro, e ottimo tennista, che molto ha fatto - fino al punto di sorprendermi, e lo dico con grande rispetto - per cercare di salire al livello di Sinner, ma di cilindrata troppo inferiore a quella che servirebbe, è stato Medvedev il russo a prenderlo di petto, in una giornata particolare, umida al punto da rendere tutto pesante.
Terra, palline, gambe e pensieri. Il tennis porta con sé un groviglio di sensazioni, e a prevalere è quasi sempre l'ansia. Perché non sai mai che cosa aspettarti. Puoi fare tutti i distinguo che ti pare, e anche Jannik di sicuro li avrà fatti. Sa bene anche lui di essere superiore a Medvedev e a Ruud, in condizioni normali, e nel primo set con il russo lo ha dimostrato una volta di più. Ma al dunque i conti li devi fare con che cosa ti senti dentro in quel momento. E può capitare, dopo cinque tornei giocati da protagonista, vinti l'uno sull'altro come non erano riusciti a fare nemmeno i grandi che hanno aperto dominando gli anni Duemila del nostro sport, che "dentro" non ci sia più molto da estrarre.













