Ogni tanto mi diceva: «Quando lo scriviamo un libro “contro” Leonardo Sciascia? Se lo merita. È ora di trattarlo come un classico invece di accendergli i lumini». Rileggo queste parole pensando che domani Pannella, a dieci anni dalla morte, sarà scolpito nel corridoio dei busti di Montecitorio, il corridoio della Patria di marmo, e commemorato in aula da orazioni infervorate con l’anedottica di mille narcisismi. E sarà risarcito nella toponomastica: viali, parchi, targhe, giardini, chiamati “Pannella” non per non perderci, ma per non perderlo. E nel cimitero di Teramo sarà restaurato anche il volto di ceramica che — cattivo presagio — dieci fa andò subito in mille pezzi: era triste e brutto e domattina sarà bello e allegro con quella sua grande bocca piena di denti, che rimasero bianchi nonostante le 90 sigarette al giorno.

Capita in Italia che le minoranze eroiche siano comiche. C’era qualcosa di umoristico quando i politici contro cui Pannella digiunava correvano a coccolarlo e cercavano di nutrirlo a forza: «Marco, sei un diavolo, ma ti voglio bene».

Ebbene, di nuovo Pannella è ora messo in lapide — lapidato — dal necroromanticismo nazionale, ma non ancora consegnato alle grandi università, analizzato in convegni internazionali dagli storici e dagli scienziati della politica, riconosciuto come l’archetipo italiano della libertà, proprio come Garibaldi è l’archetipo dell’uomo d’azione, Berlinguer della moralità, Gramsci del pensiero profondo e Papa Giovanni della bontà. Perché l’Italia fa “cippalippa” con il morto, ma non vuole capire, conoscere, studiare il vivo?