“I pantaloni della tuta sono un segno di sconfitta. Avete perso il controllo della vostra vita se uscite con la tuta”, diceva Karl Lagerfeld. Oggi è quasi il contrario, e chissà cosa ne penserebbe il “Kaiser” della moda. L’abbigliamento sportivo è diventato uno dei codici più riconoscibili del guardaroba contemporaneo. Non più solo tuta, non più solo performance, non più solo comfort. L’athleisure — fusione di athletic e leisure, atletica e tempo libero — è ormai un linguaggio di stile, un indicatore sociale, un modo di abitare il corpo e lo spazio pubblico. Il fenomeno non nasce ieri, ma negli ultimi anni ha cambiato scala. La pandemia ha normalizzato il comfort, il lavoro ibrido ha smontato molte rigidità dell’abbigliamento da ufficio, TikTok ha trasformato leggings e set coordinati in oggetti aspirazionali, la cultura del wellness ha reso la cura del corpo un tratto identitario. Nell’era post-Ozempic, poi, il corpo è tornato al centro del discorso pubblico in modo ancora più esplicito: più controllato, più osservato, più performativo. E l’athleisure si inserisce proprio lì, nel punto in cui il desiderio di stare comodi incontra l’ossessione per apparire sani, tonici, disciplinati, sempre pronti a passare da una lezione di pilates a una call, da una camminata veloce a un aperitivo. Non si tratta più di vestirsi semplicemente “da palestra”, ma di adottare un guardaroba quotidiano modulabile. Capi tecnici, tessuti traspiranti e tagli urbani puliti permettono di transitare senza stonature dalla lezione di pilates delle 7 del mattino, alla call di lavoro, fino all’aperitivo serale. Una fluidità di codici di cui la Gen Z si è fatta prima interprete, eleggendo l’adattabilità a nuovo standard di eleganza.