Come scrive l’Economist, è in atto una guerra globale per il controllo dei porti che vede Cina, Stati Uniti e altri attori competere con investimenti miliardari per assicurarsi rotte e infrastrutture strategiche. Ne risulta una biforcazione delle reti marittime, con enormi spese ma anche rischi di sovracapacità, inefficienze e maggiori costi per i consumatori.
Il mondo sta assistendo a una vera e propria corsa ai porti strategici, un fenomeno che mescola interessi commerciali, ambizioni geopolitiche e timori per la sicurezza delle catene di approvvigionamento.
A questa realtà dedica un approfondimento l’ultimo numero dell’Economist, che muove dall’esempio della Grecia: un Paese dove americani, cinesi e russi si contendono infrastrutture chiave. Ma il quadro è assai più ampio, e si configura come una competizione internazionale per dominare le rotte marittime, che muove decine di miliardi di dollari.
Se da un lato, sottolinea il settimanale britannico, questa frammentazione promette maggiore resilienza e concorrenza, dall’altro rischia di generare inefficienze colossali, sovrainvestimenti e una polarizzazione tra reti portuali occidentali e cinesi.
La Grecia al centro della nuova guerra dei porti









