Campionamento di neve superficiale in traversa (credit: A. Spolaor ©PNRA/IPEV)
Uno studio pubblicato su Nature Geoscience chiarisce un enigma che accompagna la paleoclimatologia da oltre 70 anni: perché la relazione tra gli isotopi dell’acqua nelle carote di ghiaccio antartiche e la temperatura cambia in modo così marcato nello spazio e nel tempo. Il risultato offre una nuova chiave di lettura del cosiddetto “termometro isotopico”, uno strumento fondamentale per ricostruire il clima del passato.
La ricerca è stata condotta da un team internazionale guidato da Mathieu Casado del Laboratoire des Sciences du Climat et de l’Environnement (LSCE, CNRS, CEA, UVSQ, Université Paris-Saclay). Tra le persone coinvolte figurano Barbara Stenni e Giuliano Dreossi dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Agnese Petteni, recentemente dottorata in Scienze polari a Ca’ Foscari, e Andrea Spolaor dell’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isp).
Fin dai lavori pionieristici di Willi Dansgaard e Claude Lorius negli anni Cinquanta, la comunità scientifica utilizza la composizione isotopica dell’acqua nelle carote di ghiaccio (in particolare il rapporto tra isotopi pesanti e leggeri) come paleotermometro per ricostruire le temperature del passato. Questo approccio, però, ha sempre presentato un limite importante: la relazione tra isotopi e temperatura non è costante e risulta più forte tra luoghi diversi che nello stesso luogo in momenti diversi.







