Si resta un po’ meravigliati, nell’apprendere che i signori che nei secoli sono stati proprietari di una delle più belle masserie dell’agro gioiese — tre livelli, un’imponente scalinata e un portale modanato — non ne hanno effettivamente mai fatto la propria residenza. Qui, nelle campagne tra Gioia del Colle e Acquaviva delle Fonti, con Bari a pochi chilometri, “la vocazione è stata puramente agricola e produttiva, e così è tornata a essere”. Parola dei fratelli Summo, eredi della struttura, che da alcuni anni hanno trasformato la Masseria Gigante in un presidio di agricoltura consapevole, tra vini naturali, filiera dei cereali e della pasta e olio pugliese.Breve storia della masseria settecentesca dei fratelli SummoSu una pietra murata nel corpo di fabbrica delle cantine ottocentesche c’è una data precisa: 1753. È almeno di allora — “ma non escludiamo che alcuni insediamenti esistessero da prima” — la fondazione di questo complesso quasi fortificato per mano della famiglia Gigante di Noci, imparentata con un ramo dei Cassano, tra i lignaggi invece più importanti di Gioia del Colle. “La nonna era sposata in prime nozze con un Cassano”, ricorda il 41enne Vincenzo Summo riassumendo oltre due secoli e mezzo di passaggi generazionali. Condotta quotidianamente da mezzadri residenti, ha avuto una parentesi particolare nel corso della seconda guerra mondiale. “La masseria è stata occupata dagli alleati inglesi, un gruppo di paracadutisti che la usava per dormire e per le esercitazioni”, aggiunge a proposito di un passaggio che ha lasciato tracce. “Abbiamo trovato nel sottotetto un sacco di disegni fatti dai soldati, e fatto varie ricerche tra Londra, Roma e Cambridge”, i cui esiti sono raccolti in un libro in via di pubblicazione.Il passato agricolo e la “rifondazione” di Masseria GiganteLa vocazione di questa antica realtà produttiva è stata principalmente cerealicola ed enologica. Fino agli Anni ’50 si produceva molto vino — lo testimoniano le vecchie, grandi botti in rovere e i tini di fermentazione originali — “prima della crisi del mercato, tra spopolamento delle campagne e industrializzazione”. La nonna dei Summo l’aveva infine gestita “in maniera tradizionale e piuttosto basica”, procedendo soprattutto con la coltivazione del grano. Alla sua scomparsa, nel 2016, Vincenzo, la maggiore Giovanna e la sorella più piccola Annarita (“è lei l’anima principale della masseria, lei sta a Gioia tutto l’anno mentre noi facciamo la spola”) colgono le potenzialità di una rinnovata Masseria Gigante, ove integrata in una visione agricola contemporanea.I vini naturali e artigiani, anche dalla vigna urbanaI Summo si sono allora messi alle prese con un’estensione importante. Un totale di 130 ettari, dei quali 30 boschivi, 60 di cereali, “con il restante disseminato di frutteti, mandorleti, ciliegi e ora vigne”. Mentre la viticoltura, come detto, era stata accantonata, decidono di partire proprio da lì, recuperando appena un mezzo ettaro di vigneto urbano “che la nonna possedeva al centro di Gioia del Colle”. Uve miste a bacca bianca e rossa, in particolare di Sangiovese e Trebbiano “che si impiantavano una volta per replicare quasi un Chianti Classico”. Ne mantengono l’identità storica e operano le prime vinificazioni, ottenendo lì Ciliegiolo e Sangiovese che da subito scelgono la strada della naturalità. “Nessuna chimica né in campo e né in cantina, trattamenti in vigna con soli rame e zolfo quando necessario. Poi lieviti indigeni e niente filtrazioni o chiarificazioni”, riassumono circa l’approccio che è rimasto anche per le nuove parcelle. Nel 2020 piantano la loro prima vigna, due ettari e mezzo di Primitivo di Gioia del Colle seguiti da nuove parcelle, poi proseguono con Trebbiano, Malvasia Bianca, “e anche un esperimento con uve friulane, perché ci siamo accorti di avere un suolo molto simile a quello del Carso”.Olio, cereali, pasta e accoglienza in masseriaMentre le vinificazioni sui primi piccoli lotti sono avvenute in garage — “d’altronde tante cose belle sono cominciate così!” —, nel 2025 la masseria si è dotata di una nuova cantina, alloggiata nelle antiche stalle, arrivando a produrre all’incirca 6mila bottiglie l’anno. Intanto, col supporto di genitori, amici, e di Ninuccio, “l’operaio che lavorava già per la nonna”, si prosegue coi cereali. Oggi Senatore Cappelli, grani antichi e in misura minore farro e segale, coltivati in modalità rigenerativa, “con rotazioni ben studiate e strategie naturali per aumentare la ricchezza organica del terreno”. Questi sono trasformati in farine, semole e anche in una propria linea di pasta. Non mancano naturalmente gli uliveti, che danno due monocultivar di Coratina e Cima di Mola, e un blend Cima di Mola, Cima di Melfi e Coratina. I prodotti si possono acquistare nel piccolo spaccio aziendale, visitabile su prenotazione, con la Masseria Gigante che si apre spesso e volentieri all’accoglienza del pubblico. Degustazioni, visite in vigna e in cantina, ma anche concerti, incontri e presentazioni, oltre ai quattro mercatini annuali in cui i Summo condividono ‘la scena’ con produttori pugliesi amici e affini.