APompei il vino torna a essere racconto di civiltà, gesto agricolo e progetto culturale. Nel cuore di uno dei siti archeologici più iconici al mondo prende definitivamente forma una realtà vitivinicola senza precedenti. Oltre sei ettari di vigneti coltivati secondo pratiche biologiche e una cantina all’interno dell’area archeologica, frutto della collaborazione tra Feudi di San Gregorio e il Parco archeologico di Pompei. Non un’operazione commerciale in senso stretto, ma un progetto a forte vocazione culturale, pensato per restituire al vino il suo ruolo originario di ambasciatore di identità e sapere, proprio nel luogo in cui, duemila anni fa, accompagnava la diffusione della civiltà romana. I suoli vulcanici rimasti intatti per secoli diventano oggi un laboratorio di ricerca, tra riscoperta di pratiche agronomiche antiche, collaborazione scientifica con le università e una visione contemporanea della sostenibilità. Un partenariato sperimentale tra pubblico e privato che propone un modello virtuoso di Made in Italy, fondato su tutela, responsabilità e valorizzazione del patrimonio.
Dopo l’annuncio dello scorso anno, la presentazione ufficiale al Ministero dell’Agricoltura e della sovranità alimentare e delle foreste, ha suggellato un’alleanza che guarda al futuro partendo dalla memoria. Aprendo i lavori, il ministro Francesco Lollobrigida ha subito collocato il progetto in una dimensione che va oltre la produzione vitivinicola. Il vino diventa elemento identitario, strumento per raccontare la storia e la complessità del Paese. “Legare i vitigni autoctoni alla nostra storia significa raccontare l’Italia” ha osservato, sottolineando come far rivivere un luogo attraverso la coltivazione della vite significhi restituirgli vitalità. Pompei, in questo senso, rappresenta “l’esempio più impattante di un modello in cui la tutela non è costo, ma investimento culturale”.






