Emiliano Wass

16 maggio 2026 16:22

Si era aperta con un sold out e con il ritorno, dopo sette anni, del trio formato da Francesco Maccianti, Ares Tavolazzi e Roberto Gatto. Si è chiusa venerdì 15 maggio con Steven Brown, fondatore e voce dei Tuxedomoon, arrivato alla Sala Vanni per presentare In This Very World, il nuovo album pubblicato nella primavera del 2026.In mezzo, dodici concerti che hanno attraversato linguaggi diversi, dall’elettronica d’ascolto al folk rock, dal nuovo cantautorato alla ricerca sonora, confermando la vocazione di Musicus Concentus a tenere insieme, come dice il titolo stesso della stagione, tradizione e movimento.Brown è un artista che porta con sé molte storie: la No Wave newyorkese, l’avventura europea dei Tuxedomoon, l’esilio a Bruxelles negli anni Ottanta, la lunga vita in Messico, dove risiede dal 1993, e un percorso solista che ha continuato a muoversi tra art-rock, elettronica, teatro sonoro, cinema, avanguardia e scrittura politica. In This Very World è il disco attorno a cui ruotava la serata, ma la scaletta ha inevitabilmente allargato il campo, includendo altri materiali del suo repertorio e alcune riletture dei Tuxedomoon. In trio con Luc van Lieshout e Lucien Fraipont,Brown ha costruito una serata scarna e densissima, in bilico tra canzone, art-rock, elettronica, jazz sghembo e teatro sonoro. Lui, al centro, passava dalle tastiere al sax, dal clarinetto alla voce, muovendosi dentro un paesaggio musicale molto evocativo. Van Lieshout, già nei Tuxedomoon, alternava tromba, flicorno e armonica, portando nel suono una malinconia ruvida, quasi cinematografica. Fraipont lavorava invece su chitarra, basso e distorsioni elettriche, dando alla formazione un corpo ritmico più abrasivo, a tratti industriale.L’inizio non è stato perfetto. Brown ha impiegato qualche minuto a trovare la giusta distanza dal microfono e l’acustica della sala non lo ha aiutato. La voce, nelle prime battute, è apparsa fredda, un po’ imprecisa, quasi trattenuta. A poco a poco la voce si è scaldata, i tre musicisti hanno serrato i ranghi, le distorsioni hanno cominciato a incidere davvero sul tessuto dei brani, e la serata ha trovato una sua temperatura cupa, stridente, molto fisica.Il primo pezzo ha portato subito il concerto dentro il Messico di Brown. Il riferimento era a Cherán, la città del Michoacán diventata simbolo di resistenza comunitaria contro la criminalità organizzata e la devastazione dei boschi. Non era una citazione esotica, né un semplice make-up politico: Brown vive in Messico dal 1993, prima a Città del Messico e poi a Oaxaca, e nel corso degli anni ha costruito lì una parte decisiva del proprio percorso artistico, tra collaborazioni con musicisti locali e un rapporto diretto con la storia politica del paese. Questo retroterra dava un peso particolare anche ai testi in spagnolo e ai riferimenti politici della serata, in primo luogo quelli all’esperienza della ribellione zapatista del 1994.Dal Messico si è passati al suo ingombrante vicino con Panic in Detroit, la cover di David Bowie presente nel nuovo album: una versione più nervosa che celebrativa, coerente con una scaletta che mescolava i brani di In This Very World, altri materiali del suo repertorio e i vecchi pezzi dei Tuxedomoon.Il pubblico, in larga parte maturo, ha seguito con una partecipazione sorprendentemente calda. E questo contrasto è stato uno degli aspetti più interessanti della serata: sul palco una musica scura, scabra, talvolta spigolosa; in sala una risposta affettuosa, quasi comunitaria. Rispetto ad altri appuntamenti della stessa rassegna, l’impressione è stata di una maggiore adesione emotiva, come se Brown e i suoi compagni toccassero una memoria condivisa da molti. Una chiusura efficace, quindi, per la stagione inverno-primavera di Musicus Concentus: con Steven Brown, più che con un finale celebrativo, la Sala Vanni ha salutato la stagione con un concerto imperfetto ma vivo, accolto da un entusiasmo che ne ha confermato pienamente la riuscita.