Dov’è finito il Mezzogiorno? Pino Aprile e Maurizio De Giovanni parlano della «Questione meridionale» fuori dai radar. Il giornalista Pino Aprile: «Il mio volume “Terroni” pensavamo non interessasse a nessuno e invece è stato l’inizio di una rivoluzione». Lo scrittore Maurizio De Giovanni: «Sono un napoletano di 67 anni e non ho mai sentito uno sparo in vita mia. Certo, ci sono le fiction ma la gente sa bene qual è la realtà». Ecco le due voci a confronto.
«Siamo i vinti ma scriveremo il futuro». Aprile: noi lagnoni? È il Nord a lamentarsi continuamente
Pino Aprile, giornalista e saggista pugliese, che fine ha fatto la «Questione meridionale»?«In una parola direi che il dibattito è diventato più brutale».In che senso?«Nel senso che al Sud è in corso una lenta e insufficiente presa di coscienza sulle vere ragioni da cui discende la questione meridionale. E questo rappresenta un pericolo per chi si è sempre giovato della creazione di una colonia interna».La «colonia interna» sarebbe il Mezzogiorno?«Naturalmente. L’unificazione venne fatta con criteri funzionali alla civiltà industriale. Crearono una colonia interna, appunto, saccheggiando le risorse del Sud per concentrare la spesa pubblica al Nord. Come accade ancora oggi».Il suo volume «Terroni» nel 2010 ha contribuito, forse più di ogni altro, alla presa di coscienza.«Pensavamo non interessasse a nessuno e invece è stato l’inizio di una rivoluzione. Dall’uscita di quel libro mi definisco un giornalista meridionale, non italiano. Me lo spiegò bene Teresa De Sio dopo l’uscita di un suo album bellissimo dedicato al brigantaggio: non sono più una cantante italiana, mi disse, ma meridionale. Anche perché non faccio più concerti da anni a nord dell’Abruzzo. Non mi chiamano più».Chi sono i meridionali?«Sono i vinti. E attenzione alle parole. I vincitori sono conservatori perché non hanno alcun interesse a cambiare l’ordine delle cose che li vede prevalenti».I vinti, invece?«Sono gli unici nella storia dell’umanità che elaborano ipotesi di futuro, nuovi scenari del domani e del vivere insieme. Non è difficile capire il perché: hanno interesse a cambiare la storia per cambiare la propria condizione».Non sempre ci riescono, però. Cosa serve per cambiarla davvero, la storia?«Serve consapevolezza della propria condizione. Per questo la prima cosa che il vincitore fa è amputare la memoria del vinto, togliergli la storia e l’identità per confezionargliene una nuova, fatta da lui. È piuttosto semplice instillare nel vinto il disprezzo di sé».Cosa è successo in Italia?«È stata combattuta una guerra di invasione, nemmeno dichiarata con centinaia di migliaia di vittime, di arresti di massa, di ossari dei cimiteri svuotati per gettarci dentro i prigionieri. Abbiamo rinvenuto schede di deportati civili in archivi cui non avremo mai pensato. A Forlì, Livorno, Rimini. Furono almeno 100mila, molti finirono schiavi nelle miniere del re Savoia e del generale Cadorna. Abbiamo perso la guerra. Siamo i vinti».E ritiene che i meridionali abbiamo introiettato il disprezzo di sé come succede a chi perde una guerra?«I nostri centri storici erano meravigliosi il frutto di una architettura non studiata ma introiettata. Ma dal 1861 in poi tutto cambia».Sorgono bei palazzi anche dopo l’Unità...«Ma come sono? Hanno grandi vetrate e finestre, tipiche di una terra in cui bisogna catturare un raggio si sole. Cioè il Nord che abbiamo preso a scimmiottare, proprio noi che dal sole dovremmo difenderci. Il vinto copia sempre il vincitore, per assomigliargli. Lo introietta. Mi viene in mente Aimé Césaire, uno dei padri della Negritude. Raccontò che nella Martinica vide un suo collega studente che sfogliava, estasiato, un libro di storia. “Cosa guardi?”, gli chiede. E quello, indicando disegni dei guerrieri galli, risposte: “I nostri antenati”».Qualche fanatico dell’ideologia woke ne sarebbe felice...«E invece Césaire gli diede del cretino. Perché i guerrieri che lui chiamava “avi”, biondi con gli occhi azzurri, non c’entravano nulla con loro che erano neri».C’è stato troppo vittimismo in questi anni?«Sì, ritengo ce ne sia stato troppo. Ma da parte del... Nord. E in particolare da parte della Lega e dei partiti che operano come leghisti pur non essendolo. Un pianto continuo: diamo troppo, prendiamo poco, ci tolgono troppo, ci derubano, solo ladri. Davvero?, mi chiedo». Ecco, davvero?«I principali scandali sanitari sono in Lombardia. Le più grandi tangenti di sempre sono quelle sul Mose di Venezia. Lo ha certificato la magistratura: ogni tre euro, due di mazzette. Il Consiglio regionale con più componenti condannati, inquisiti, processati è quello lombardo. E poi dicono che i nostri politici sono ladri. Non cambierei Emiliano e Decaro con Galan e Formigoni».Un esempio di meridionalismo virtuoso?«Ci sono storie, ormai quasi banali, che ci raccontano un fenomeno enorme. Raccontano la vittoria del Sud. Una vittoria che cammina sulle gambe dei ragazzi di Monopoli che realizzano l’aereo più leggero al mondo o quella di Antonio Cucco Fiore che dalla City di Londra torna a Gravina per lanciare il “pallone”, il primo provolone del mondo. Chi fa cose del genere lancia un messaggio chiaro: io so quanto valgo, so quanto vale la mia identità, il pane del mio paese». La globalizzazione rischia di cancellare il Mezzogiorno?«No, semplicemente perché più sei globalista più hai bisogno di Barivecchia. La tua identità è quello che ti rende interessante quando parli con qualcuno che viene dall’altra parte del mondo»







