Il "decreto Ponte" è legge. Il via libera di Camera e Senato della scorsa settimana ha sancito la nuova fase del percorso che porterà alla realizzazione della mega opera sullo Stretto di Messina. Il governo Meloni ha deciso di non andare alla prova di forza con la Corte dei Conti e di provare invece a rispondere, punto per punto, alle criticità sollevate dai magistrati contabili. Anche a costo di rinviare ancora una tabella di marcia che è stata più volte cambiata. Adesso si parla di inizio cantieri - quelli delle opere propedeutiche - nell'ultimo trimestre di quest'anno, il 2026.
Ma il decreto spiega anche dove vanno a finire i soldi, tanti, al momento tolti al Ponte sullo Stretto, e soprattutto quali erano le fonti di finanziamento da cui queste somme sono state prese. E qui appare evidente un dato: anche le risorse stanziate dalle Regioni Sicilia e Calabria - 1,6 miliardi pescati dai propri fondi Fsc, cioè quelli destinati a finanziare infrastrutture, opere di riqualificazione delle città per promuovere il riequilibrio territoriale e ridurre gli squilibri tra le diverse aree del paese - sono stati al momento dirottati altrove.
Un passo indietro. Il costo complessivo del Ponte e delle opere complementari è fissato in 13,5 miliardi di euro. Che le varie leggi di finanziamento degli anni scorsi hanno cominciato a stanziare già a partire dal 2024. Il complesso iter autorizzativo - segnato da diversi stop - ha portato il governo a slittare parte di queste somme sempre più avanti. Così un primo passaggio lo scorso dicembre ha spostato 780 milioni dal 2025 al biennio 2032/2033. E i soldi, intanto, sono stati dirottati su imprese, rifinanziamento della Zes e credito d'imposta.






