Che i clan mafiosi catanesi avessero acceso i radar sulle attività turistiche di Isola Bella a Taormina era già emerso prima della Pandemia Covid. Le indagini del Gico della Guardia di Finanza di Catania avevano cristallizzato il mare grigio delle infiltrazioni che fu creato attorno al business dei noleggi e dei giri in barca. Ma il circuito criminale era ben più largo e radicato. I finanzieri hanno continuato a intercettare e indagare scovando altri settori dove il clan Cappello e gli alleati Cintorino si erano infilati con tutte le scarpe. Poi sono arrivati due collaboratori di giustizia, Carmelo Porto - numero 1 fino alla collaborazione della famiglia di Calatabiano - e Carmelo Liistro, uomo di peso del clan Cappello di Catania.
Mentre il Gico stava indagando, c'era aperta anche un'inchiesta parallela della Dda di Messina affidata ai Carabinieri (ieri sono arrivate le condanne in abbreviato). E i due filoni per nomi e circostanze si incrociavano molte volte. Lo scenario che viene fuori dalle due indagini è quello di una commistione economica-criminale basata però sui vecchi principi dell'estorsione. Il salto finanziario venuto fuori dal blitz Isola Bella era stato sostituito in parte dai metodi violenti e intimidatori della mafia old style.






