I numeri ci consegnano un Mezzogiorno che invecchia, svuotandosi di cervelli e di giovani, laureati e diplomati, mentre quelli che restano scontano un paradossale disallineamento tra competenze acquisite e richieste dal mondo del lavoro, così grave da lasciare molte posizioni scoperte. Ne parliamo con Floridiana Ventrella, ceo di Lavoro al Sud, una piattaforma nata per ridurre i divari tra domanda e offerta e divenuta pian piano un ecosistema di professionalità appassionate e impegnate nel cambiare la narrazione sul Meridione.
Ventrella, 36 anni, pugliese, è esperta di orientamento professionale e da anni lavora al fianco di giovani e professionisti che vogliono costruire il proprio futuro nel Sud Italia o tornarci con maggiore consapevolezza. Attraverso contenuti, consulenze e progetti editoriali come “Tornati”, racconta un Sud diverso, oltre gli stereotipi, fatto di scelte coraggiose, imprese sane e talenti che restano o ritornano. Il suo lavoro unisce orientamento, comunicazione e impatto sociale, con un obiettivo chiaro: trasformare il Sud in una reale opzione di carriera, non in un ripiego.I dati raccontano ancora una fuga costante di giovani qualificati, sin dalle scelte di formazione accademica: come vanno letti questi report, al di là di stereotipi e pregiudizi?I dati sulla fuga dei giovani dal Sud vanno letti per quello che sono: non una condanna, ma una fotografia direi incompleta. È vero, molti giovani qualificati vanno via ma il punto non è che partono, è perché non tornano. E soprattutto: perché spesso partono già mentalmente sconfitti, ancora prima di provarci. C’è una narrazione tossica che ha convinto intere generazioni che il Sud sia un luogo da cui scappare, non da costruire. I report non raccontano abbastanza un’altra verità: chi torna, chi resiste, chi crea valore. Il problema non è la mobilità – quella è sana – ma l’assenza di un ecosistema che renda il ritorno o il restare una scelta concreta, non un atto eroico!Molti giovani del Sud non cercano più solo lavoro, ma stabilità, welfare, prospettive. Quanto pesa oggi il divario qualitativo, oltre che quantitativo, dell’offerta lavorativa tra Nord e Sud?Qui il Sud sconta un ritardo serio. Troppe offerte sono precarie, poco strutturate, senza percorsi di sviluppo. Il Nord – e ancora di più l’estero – offre visione, organizzazione, welfare aziendale. Questo pesa tantissimo. Perché un giovane formato non accetta più di “accontentarsi”. Il punto è che al Sud ci sono aziende sane e lungimiranti, ma sono ancora troppo poche o troppo poco visibili.Quali sono stati e quali sono, secondo te, gli errori più gravi delle politiche pubbliche rivolte ai giovani nel Mezzogiorno e quale potrebbe essere una misura efficace?Un errore su tutti: pensare ai giovani come beneficiari passivi. Bonus a pioggia, incentivi scollegati dal mercato reale, formazione spesso disallineata rispetto ai bisogni delle imprese. Serve un cambio radicale: meno assistenzialismo, più costruzione di ecosistemi. Una misura concreta? Incentivi seri alle aziende che assumono giovani con percorsi di crescita tracciabili e obbligatori. Non basta assumere: bisogna formare, trattenere, valorizzare.Cosa pensi dei provvedimenti adottati in Sicilia, per il south working, e in Calabria, con il reddito di merito?Segnali interessanti, ma chiaramente non bastano. In particolare il south working, funzionerà solo se non diventerà una soluzione temporanea per aziende del Nord, ma un’opportunità per creare valore stabile al Sud. Il reddito di merito, invece, ha senso nel principio – premiare chi si impegna – ma rischia di essere scollegato dalla realtà. Il talento non ha bisogno solo di essere premiato ma di essere agganciato a opportunità vere.Molte iniziative puntano sull’imprenditorialità giovanile, ma quanti giovani possono permettersi di “inventarsi” un lavoro?Sull’imprenditorialità giovanile diciamoci la verità: non è per tutti (e non deve esserlo). Raccontare che “basta avere un’idea” è pericoloso. Servono competenze, capitale, rete, resistenza mentale. Molti giovani non possono permettersi di rischiare tutto, ed è legittimo. Per partire senza esporsi troppo, oggi esistono strade più intelligenti: testare idee in piccolo, lavorare da freelance, costruire competenze mentre si lavora, validare prima di investire.Quali competenze ritieni oggi davvero strategiche e che consigli dare a chi studia o ha appena finito gli studi al Sud, per fare scelte più consapevoli?Le competenze strategiche oggi non sono solo tecniche. Certo, digitale, dati, AI, sostenibilità: tutto fondamentale. Ma la vera differenza la fanno le competenze trasversali: adattabilità, pensiero critico, capacità di comunicare e di risolvere problemi complessi. Il consiglio che do a chi studia al Sud è semplice e scomodo allo stesso tempo: non aspettare che sia l’università a prepararti davvero. Costruisci esperienze, sbaglia, sperimenta, lavora mentre studi. E soprattutto: informati. Il problema non è la mancanza di opportunità, ma spesso la mancanza di consapevolezza su dove cercarle.Perché nasce una piattaforma come Lavoro al Sud? A chi si rivolge, e con quali premesse e obiettivi?Lavoro al Sud nasce per colmare un vuoto: rendere visibili opportunità che esistono ma non emergono, connettere aziende e talenti, offrire strumenti concreti, come lavoro, formazione, orientamento. E nasce da una frustrazione trasformata in azione. Per anni ho visto talenti costretti a scegliere tra ambizione e radici. E per me era una scelta ingiusta! Non è solo una piattaforma: è una presa di posizione e un vero e proprio ecosistema. Noi stiamo lavorando per poter affermare a gran voce che il Sud può essere un luogo di crescita, non solo di nostalgia!Cosa vorresti dire da queste pagine a un ragazzo o una ragazza di Sicilia e Calabria, magari in crisi di fiducia o coraggio?A un ragazzo o una ragazza di Sicilia o Calabria voglio dire questo: la tua sfida non è restare o partire. La tua sfida è non spegnerti. Se resti, fallo con ambizione. Se parti, fallo con un piano. Ma non accettare mai l’idea che il tuo destino sia già scritto dal luogo in cui sei nato. Il Sud non ha bisogno di eroi isolati, ma di persone lucide, preparate e determinate. E sì, sarà più difficile. Ma proprio per questo, quando funziona, cambia tutto. Anche per chi viene dopo di te!Cosa è e come utilizzare “Lavoro al Sud”







