di
Gaia Piccardi
Jannik è sopravvissuto alla nottataccia con Medvedev ma non si illude: «Casper è più fresco di me, più di quello che sto facendo non potrei fare»
Eccoci, puntuali, all’appuntamento con la storia. Da Roma 1976 a Roma 2026, prima dell’avvento del predestinato, è stata una traversata nel deserto. Ci ha portati fin qui, prendendoci per mano, un ragazzo altoatesino che da piccolo ha coltivato il sogno della neve e invece oggi derapa sulla terra rossa come se al posto delle scarpe avesse gli sci: baricentro basso e indipendenza di gambe, due dei tanti talenti grazie ai quali oggi proverà a diventare il secondo tennista italiano (maschio) dell’era Open a prendersi Roma. Diventerebbe la capitale del suo impero.
Sinner contro Ruud sul centrale del Foro, Italia-Norvegia. Jannik è sopravvissuto alla nottataccia con Medvedev, costringendo alla ritirata il russo e il malore che si era impossessato di lui; Casper ha interrotto la favola di Darderi ma è parte integrante di quella di Sinner, un avversario che non ha mai battuto (0-4). Non solo. Non ha mai preso un set al migliore: l’anno scorso a Roma, nei quarti di un torneo che Alcaraz avrebbe sbranato come antipasto del coquillage di Parigi, fece un game. «Ruud è più fresco di me — fa notare il n.1 —, io più di quello che sto facendo non potrei fare. Ma essere in finale mi dà motivazioni ulteriori». Come se ne avesse bisogno.










