“Il piccolo amore con suor Antonietta si risolse con una ramanzina. Avevo dieci anni, la notte di Natale ce ne andammo al campo sportivo all’aperto a mangiare i dolci che mi avevano spedito i miei genitori. Antonietta era un po’ più grandicella. Lei con la tonaca, io con i pantaloni alla zuava. Ci abbracciammo, qualche bacetto, la cosa finì lì”. Inizia con questo ricordo, sospeso tra sacrilegio e innocenza, la lunga intervista rilasciata da Michele Placido al Corriere della Sera in occasione dei suoi ottant’anni. Un’infanzia dominata da una profonda tensione spirituale (“Volevo diventare santo. Da bambino ero abitato da un forte misticismo”), culminata nell’espulsione dal collegio in Ciociaria per un altro episodio clamoroso: “Una notte non riuscivo a dormire. Scesi in Cappella, sapevo dov’era il tabernacolo che conteneva le ostie consacrate. Tremando, ne presi alcune e cominciai a masticarle come fossero il corpo di Cristo. Ebbi un senso di colpa”.

Il poliziotto Placido e le lacrime di Valle Giulia

Prima del successo, la vita dell’attore pugliese è passata per la divisa. A 18 anni, sfiduciato dal padre che gli prospettava un futuro da fallito, si ritrova arruolato in polizia a Roma e viene inviato a fronteggiare gli studenti negli storici scontri del primo marzo 1968. “Suonarono la tromba della carica nel momento di maggior tensione”, ricorda Placido. “Strinsi il manganello e rincorsi la persona che mi dileggiava di più. Era una ragazza. La rincorsi fino a un bar […] la presi per i capelli, la gente mi urlava: ‘che fai, nun vedi che è ‘na regazzina?’. Uscii piangendo dalla vergogna. La ragazza mi venne dietro: ‘Ho visto che hai sofferto di questa cosa. Ma quanto sei bello… me lo dai il tuo numero di telefono?’. Ci frequentammo per una settimana”.