La grazia concessa dal Quirinale a Nicole Minetti il 18 febbraio resta nel limbo. Giovedì il Tribunale di Sorveglianza di Milano avrebbe dovuto prendere atto dell’estinzione della pena dell’ex consigliera del Pdl, condannata in via definitiva a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby e per peculato nell’inchiesta sui rimborsi in Regione Lombardia. L’atto di clemenza firmato dal Presidente della Repubblica, infatti, avrebbe dovuto chiudere una volta per tutte la questione anche rispetto alla richiesta, avanzata dalla difesa, di affidamento ai servizi sociali come misura alternativa al carcere. Ma, riferisce il Corriere della Sera, così non è stato.

Nell’udienza prevista per giovedì a Palazzo di Giustizia sarebbe dovuta avvenire la presa d’atto del provvedimento di clemenza, accompagnata dalla dichiarazione di intervenuto “non luogo a deliberare”. Invece, su richiesta della Procura generale, il Tribunale di Sorveglianza ha rinviato l’udienza al 12 giugno. Una scelta che, secondo il quotidiano di via Solferino, dimostrerebbe come gli accertamenti richiesti dal Quirinale siano ancora in corso.

Al centro delle verifiche vi sono le informazioni emerse negli ultimi mesi grazie agli articoli del Fatto, che hanno sollevato dubbi sui presupposti alla base della grazia. In particolare, esistono testimonianze e circostanze che mettono in discussione il quadro presentato dai legali di Minetti per ottenere il provvedimento, soprattutto riguardo allo stile di vita condotto dell’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi in Uruguay insieme all’imprenditore Giuseppe Cipriani. Tra gli elementi al vaglio ci sarebbe anche le parole di una ex dipendente del ranch uruguaiano di Cipriani, una massaggiatrice che ha raccontato particolari sulle frequentazioni a suo dire poco convenienti della struttura e sul ruolo ricoperto nella stessa dall’ex consigliera regionale.