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La prima partita che ricordo di aver guardato è stata la finale di Champions League tra Juventus e Milan. Era il 28 maggio 2003 e io avevo otto anni. Penso di averne viste molte altre prima, senza averne contezza, a causa della passione di mio padre per il Milan. Lo zero a zero alla fine dei tempi regolamentari mandò le squadre ai supplementari e poi ai rigori. Mia madre, al novantesimo, disse che per me era ora di andare a dormire. Mio padre le obbedì, ma solo in parte: mi accompagnò a letto e, di nascosto, portò in camera uno di quei piccoli televisori a scatola che tenevamo in cucina. Lo sistemò nella mia stanza, sulla scrivania di fronte al letto, stanza che comunque dividevo con le mie sorelle.
Guardammo i rigori insieme, in silenzio, mentre le mie sorelle cercavano di dormire nonostante la voce del telecronista e la luce verde proveniente dal televisore. Il ricordo della mia prima partita ha lo sguardo concentrato di Shevchenko prima del rigore decisivo contro Buffon, le braccia di Maldini che sollevano la coppa, le gambe di Ancelotti che sobbalzano mentre i giocatori lo tirano in aria e, ovviamente, il sorriso di mio padre. È così che è cominciata la mia passione per il calcio.













