di
Leonard Berberi
La storica compagnia di bandiera, rilevata dal gruppo Tata nel 2022, non decolla. Mentre l’aviazione indiana mostra un traffico in crescita
L’8 ottobre 2021, poco dopo aver vinto l’asta per rilevare Air India, il presidente di Tata Sons a stento tratteneva l’entusiasmo. «Questo è un momento storico — è stato il suo primo commento —. Costruiremo una compagnia aerea di livello mondiale che renda orgoglioso ogni indiano». Fondata nel 1932 da Jehangir Tata — ai tempi si chiamava Tata Air Services —, la compagnia di riferimento dell’India tornava così tra le mani della famiglia di miliardari dopo quasi settant’anni di gestione statale, risultati disastrosi e una reputazione ai minimi.
Una lunga scia di perditeEra anche un impegno nei confronti del primo ministro Narendra Modi, che ha fatto dell’aviazione uno dei pilastri dello sviluppo di un Paese che muove milioni di persone al giorno, in particolare sui treni. Ma quattro anni dopo il passaggio di proprietà, miliardi di dollari investiti, la scelta di un amministratore delegato straniero e un piano di rilancio senza precedenti, Air India porta a casa un altro risultato negativo, il peggiore degli ultimi anni: tra il 1° aprile 2025 e il 31 marzo 2026 ha chiuso con una perdita «monstre» di 2,8 miliardi di dollari. Negli ultimi dieci anni il rosso ha sfondato i 12 miliardi, secondo i calcoli del Corriere. E c’è chi ipotizza che sia a rischio il maxi-ordine di 539 aerei.












