La piattaforma di food delivery statunitense Uber Eats, sul mercato dal 2014, ha riconosciuto un debito da 110 milioni di euro con la previdenza sociale spagnola per il mancato versamento dei contributi a circa 60mila fattorini, inquadrati per anni come lavoratori autonomi pur svolgendo, secondo le autorità, attività da dipendenti. Una svolta che rappresenta l’ultimo capitolo di uno scontro durato anni tra le piattaforme del food delivery e lo Stato spagnolo.L’Ispettorato del lavoro ha chiuso la sua indagine a marzo, confermando che l’azienda ha violato la cosiddetta Ley Rider entrata in vigore nel 2021. Una norma approvata dopo anni di lotte sindacali e dei lavoratori e che sancisce la condizione di subordinazione dei corrieri delle piattaforme digitali consolidando un orientamento già espresso dalla Corte suprema spagnola nel 2020. Eppure, per lungo tempo, la legge non è bastata a cambiare davvero il comportamento delle piattaforme. Le aziende hanno sfidato apertamente il diritto del lavoro spagnolo scegliendo strategicamente di non conformarsi. D’altronde, pagare le multe senza battere ciglio costava meno che assumere regolarmente i rider e, in definitiva, cambiare modello di business e di profitto.Una riforma che prevede il carcere per chi sfrutta i lavoratoriLa svolta è arrivata quando il conflitto è uscito dal perimetro del diritto del lavoro ed è entrato in quello penale. Ragione per cui il 15 gennaio scorso Uber Eats ha annunciato l’abbandono definitivo del modello basato sui rider autonomi in Spagna. Per il professore di diritto del lavoro dell’Università di Glasgow Antonio García-Munoz e altri docenti di diverse università spagnole, il motivo risiede nella riforma dell’articolo 311 del Codice penale, pensata primariamente per contrastare il rifiuto delle aziende di conformarsi alla legge Rider.“L’integrazione delle nuove tecnologie nell’organizzazione del mercato del lavoro”, si legge nel testo della riforma, “ha favorito una forma di elusione delle responsabilità da parte delle imprese attraverso il camuffamento legale del rapporto di lavoro sotto altre formule che negano ai lavoratori i diritti individuali e collettivi che la legislazione del lavoro riconosce come inalienabili e irrinunciabili [...]”. Il reato introdotto comporta la reclusione da sei mesi a sei anni, ed è prevista anche una multa pecuniaria. Come spiega il professor García-Munoz a Wired Italia, dell’introduzione di questo reato beneficeranno inevitabilmente anche altre categorie di lavoratori spagnoli.La linea dura del governo spagnolo“L'attuale governo Sánchez, in carica dal 2023, è un esecutivo di coalizione i cui due partiti principali sono il Partito socialista e Sumar, a sua volta una coalizione di partiti di sinistra”, spiega García-Munoz. Per capire perché la Spagna sia riuscita a mantenere questa linea dura nei confronti delle aziende della gig economy, il professore fa riferimento a una combinazione di fattori politici e sindacali. Per questo, aggiunge, il ministero del Lavoro è diventato uno spazio cruciale di iniziativa politica: “Sumar deve sfruttare al massimo questo Ministero perché è il più importante che controlla. Così può differenziarsi dal Partito socialista e proporre un programma chiaramente progressista di sinistra”.Pedro Sánchez, presidente della Spagna, interviene durante la cerimonia di chiusura della presentazione dell'Osservatorio sui diritti digitali il 5 febbraio 2025