C’è un dato che racconta bene dove sta andando oggi il vino italiano: ottanta candidature arrivate da diversi Paesi, otto progetti selezionati, quattro aziende partner pronte a testare sul campo tecnologie nate spesso fuori dai confini tradizionali dell’enologia. È il risultato della prima selezione della Wine Tech Challenge, programma di open innovation promosso dal Verona Agrifood Innovation Hub insieme a Eatable Adventures e con il sostegno di UniCredit, che ha presentato a Verona le startup chiamate a misurarsi con alcune delle sfide più urgenti del comparto, dalla sostenibilità agronomica alla trasformazione digitale, fino all’evoluzione dei consumi. Il programma era stato lanciato a gennaio e prevede un percorso di circa sette mesi tra scouting, validazione e sperimentazione industriale.
Dietro il progetto c’è il Verona Agrifood Innovation Hub, ecosistema promosso da Fondazione Cariverona insieme a partner industriali e istituzionali, nato con l’obiettivo di fare del Triveneto uno dei laboratori europei più avanzati dell’agrifoodtech. Secondo i dati diffusi dall’hub, in due anni sono state attivate centinaia di collaborazioni e coinvolte migliaia di professionisti.
Ma il cuore della notizia sono le startup e soprattutto ciò che raccontano sul futuro della filiera. Sei delle otto realtà selezionate sono italiane, segnale di un ecosistema nazionale che sta finalmente producendo tecnologia applicata al vino. C’è Asteasier-AlgaVitis, spin-off dell’Università degli Studi di Verona, che trasforma anidride carbonica e acque reflue di cantina in biomassa microalgale attraverso fotobioreattori. C’è Prefe, che monitora oltre ottomila punti vendita per aiutare le aziende a leggere prezzi, assortimenti e posizionamento nella grande distribuzione. C’è Direct From Italy, piattaforma che automatizza compliance doganale e calcolo delle accise in quarantasei mercati, affrontando uno dei nodi più complessi dell’export diretto.






