Le riserve petrolifere superiori a 200 giorni e la forte esposizione al gas australiano.

Sono due fattori che spiegano la resilienza del Giappone alla crisi del Medio Oriente: un vantaggio che ha permesso al suo mercato azionario di battere Wall Street, con l’indice Nikkei che è salito del 22% circa da inizio anno contro il 14,6% del Nasdaq e il 9,6% dello S&P500.

Ma si tratta di un rialzo destinato a continuare?

Sebbene i livelli attuali richiedano una selezione più chirurgica, secondo Gian Luca de Risi, senior portfolio manager di Gamma Capital Markets, il listino nipponico ha ancora margini di crescita significativi dettati non più solo dal «fattore energia», ma dalla prosecuzione della riforma della corporate governance promossa dalla Tokyo Stock Exchange (Tse), perché «la richiesta alle società quotate di ottimizzare il capitale e migliorare i rendimenti per gli azionisti sta innescando un ciclo virtuoso di riacquisti di azioni proprie e aumenti dei dividendi che non ha ancora raggiunto il suo apice».

Del resto non bisogna dimenticare che solo due anni fa il Nikkei è tornato toccare nuovi massimi storici dopo oltre 30 anni e che l’indice è composto per il 48% da aziende tecnologiche, in particolare semiconduttori e produttori di chip o componenti hardware per AI.