di Maurizio Caprara

Olindo Dell’Ova aveva 55 anni ed era in servizio in una delle sedi romane del giornale quando un gruppo di fascisti tirò tre molotov: ebbe ustioni di 3° grado alla testa. Lui raccontò al processo: «Fui investito da una massa di fuoco»

Era sera. Nella routine di un palazzo in viale Castrense 9, a Roma, la parte della giornata nel pieno dell’attività. I giornalisti stavano scrivendo articoli. Presto nella tipografia sarebbero state composte le pagine locali del Corriere della Sera. Un paio di redattori della cronaca romana avrebbe dato ai poligrafici le indicazioni per far quadrare le misure dei “pezzi” troppo lunghi o corti. Per i cronisti assegnati al turno di notte uno degli impegni sarebbe consistito nel cosiddetto “giro”. Telefonare ogni mezz’ora alle sale operative di Questura, Carabinieri, Croce Rossa, Vigili del fuoco e Vigili urbani e porre una domanda, la solita: «Sono X o Y del Corriere. Novità?». Se una notizia era di rilievo modesto, per riportarla sul giornale sarebbero state sufficienti le informazioni riferite dall’operatore. Funzionava così per incidenti senza morti, sortite di ladruncoli. Se la novità era più importante – attentato, omicidio, altro – un cronista sarebbe salito su un’auto del giornale e un autista lo avrebbe condotto di corsa alla meta del caso.