Xi Jinping ha teso la mano a Donald Trump sulla scalinata della Grande Sala del Popolo. Non il «grande, caloroso abbraccio» che Trump aveva annunciato alla stampa, ma una stretta protocollare. Il messaggio è che Taiwan resta il dossier su cui la Cina non arretra. Washington lo sa da settant'anni, e si è coperta con una formula: riconosce la «politica di una sola Cina», non il «principio di una sola Cina» di Pechino. Una virgola diplomatica che consente di armare Taipei senza violare formalmente nulla.

La tesi circolante nei giornali occidentali è semplice: l’America si sta dissanguando in Medio Oriente e Xi lo sa. Ogni Patriot lanciato su Teheran, ogni portaerei che presidia Hormuz è una risorsa che manca nel Pacifico, dove nel frattempo Pechino sta accumulando 3.500 missili balistici e da crociera convenzionali (tra cui il DF-21D, il “killer di portaerei”) e piazzando 490 satelliti per l’intelligence, la sorveglianza e la ricognizione. Nel frattempo, nel Golfo, il Dragone sosterrebbe l’Iran non per affinità con gli ayatollah, né per odio verso Israele, ma come manovra di logoramento: più gli Usa bruciano risorse vicino a Teheran, più si allontanano da Taiwan. È una tesi che manca metà dell’argomento e quella metà sta nel Negev.