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Un percorso nei secoli fra sculture e dipinti dedicati alle creature alate
All'ineffabilità degli angeli i Musei Capitolini dedicano la mostra Angeli. Messaggeri, custodi e viandanti. Le sublimi creature dall'Antico al Contemporaneo, allestita fino al primo novembre nelle sale terrene di Palazzo dei Conservatori, a Roma e di cui il Giornale è mediapartner con Libero e Il tempo. È un'esposizione che, pur nascendo da un intento commemorativo a un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, sceglie la via di un'analisi storico-artistica rigorosa su un tema non banale. La citazione stessa del sottotitolo, il riferimento alle "sublimi creature", rimanda alla Summa Theologiae di Tommaso d'Aquino: il padre domenicano si arrovellò non poco su questi esseri alati dalla duplice identità, definendoli creature certamente più simili a Dio rispetto all'uomo, ma comunque "create".
Figure celesti sì, ma di un sovrannaturale che opera in ambito terreno: gli angeli sono da sempre caratteri fascinosissimi nella storia dell'arte. Il percorso espositivo, curato da Massimo Rossi Ruben e Viviana Vannucci, si articola così come una vera e propria indagine iconografica che attraversa i secoli, mettendo a confronto la statuaria antica con la pittura barocca e le espressioni del Novecento. L'obiettivo è rintracciare l'evoluzione di un soggetto che, pur restando fedele alla sua funzione di angelos (messaggero), ha assunto forme e significati diversi a seconda del periodo. Si comincia con la dolcezza quasi infantile di un Eros addormentato del II secolo d.C. perché è da lì, dalla statuaria antica, che muove tutta l'arte paleocristiana, con il motivo dell'angelo iper-presente nei monumenti funerari, sentinella del passaggio verso l'Aldilà. Nel Basso Medioevo l'angelo è soprattutto "Annunciazione": è un Hermes/Mercurio con l'aureola, un'iconografia che permane anche nel Rinascimento e nei secoli a seguire. In mostra, emblematico per la sua raffinatezza, è il settecentesco Angelo Annunziante di Carlo Dolci, in prestito dagli Uffizi.






