Quello di Michele Fabbri e Beatrice Pavasini – un giornalista scientifico e una fotografa insegnante di yoga – è un testo difficile da mettere a fuoco al primo impatto: non è un manuale di tecniche yoga, né un testo scientifico, e neppure un saggio storico o sociologico. O forse un po’ di tutto questo.

Se ci si chiede cosa abbia spinto gli autori a cimentarsi in un’opera così ponderosa, ricca e variegata, la prima ovvia risposta è che si tratta di due praticanti così appassionati all’insegnamento e al loro maestro da volerne fare oggetto di analisi approfondita e snodo di riflessione. In qualità di “outsider” hanno dedicato le quasi 400 pagine del testo a illustrarne caratteristiche e derivazioni filosofiche per fornire, di fronte al pullulare delle tante scuole di yoga sorte negli ultimi decenni in occidente, un “robusto sistema di riferimento” a cui rapportare il proprio cammino.

Lo yoga posturale moderno, scrive Michele Fabbri nell’introduzione, è divenuto una merce di consumo di massa, con una domanda e un’offerta in continua crescita in un mercato fortemente eterogeneo e competitivo, e dove anche la figura del maestro, perno centrale nella disciplina tradizionale, ricade nel modello economico vigente. L’intento dichiarato dagli autori? «Proporre con lo sguardo critico fornito dai nostri strumenti di ricerca occidentali [di outsider appunto] l’insegnamento di Jamuna (l’insider) nel contesto dei prodotti che ci vengono offerti sul mercato. E collocarlo con sufficiente precisione nel mutevole e variegato mondo dello yoga che abbiamo davanti».