L’appuntamento triennale ha riunito circa 100 persone con sordocecità provenienti da tutta Italia, affiancate da volontari, professionisti e interpreti. Dalla
possibilità di scegliere con chi vivere al diritto all’amore e al lavoro: le testimonianze di chi chiede che la disabilità non debba più essere un «copione scritto da altri».
Il diritto all’occupazione come motore di autonomia. Questa è l’esigenza più urgente, oggi, per le persone sordocieche, che individuano nell’indipendenza lavorativa la possibilità di abbattere molte barriere. Di questo si è parlato alla 10ª Conferenza Nazionale delle Persone Sordocieche organizzata dalla Fondazione Lega del Filo d’Oro, che si è tenuta a trent’anni esatti dalla prima storica conferenza del 1996 (“Fuori dall’isolamento“). Se allora, però, l’obiettivo primario era l’uscita dall’esclusione sociale, il tema di questa edizione si è spostato sul diritto di decidere autonomamente il proprio progetto di vita.
La sfida del lavoro: «Le mie mani vedono e sentono»
Il diritto all’occupazione è emerso come il principale motore di autonomia, ma anche come l’ambito in cui persistono le barriere più rigide. La testimonianza di Marzia Pagliarulo, fisioterapista con sindrome di Usher, ha evidenziato come la sordocecità non sia incompatibile con professioni ad alta specializzazione, a patto che l’ambiente di lavoro sappia adattarsi. «Soprattutto mentre lavoro, le mie mani sentono più delle mie orecchie e vedono più dei miei occhi», ha raccontato, sottolineando la necessità di figure come il Disability Manager per trasformare l’inserimento lavorativo da un obbligo di legge a una risorsa reale e concreta. Il rischio, evidenziato da molti partecipanti, è che la digitalizzazione e l’uso massiccio di interfacce touchscreen inaccessibili creino infatti nuovi muri proprio laddove la tecnologia dovrebbe abbatterli.







