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Ma poi, alla fine della fiera, chi è davvero Donald Trump? Sarà la storia a darci il responso finale. Potrà rivelarsi un tragico bluff, cedere ai propri istinti peggiori, pagare il conto salato di un esibito scarso amore per i princìpi. Chiamato a misurarsi, a Mosca e a Pechino, con uno spregiudicato prodotto del Kgb, e con un tiranno ferocemente convinto dell’irresistibilità dell’egemonia cinese, può darsi che il rozzo businessman ci porti alla dannazione, o non sappia impedirla.

Ma può anche accadere l’inverso. Che dentro un declino occidentale incerto solo nella sua pendenza, sia proprio un Grande Irregolare a salvare il salvabile. Il «Telegraph» britannico ha coniato un’immagine suggestiva, quella del «gangster conservatism» (alla lettera: un conservatorismo da gangster): non un’offesa come potrebbe sembrare, ma l’ipotesi che l’eredità conservatrice, nell’era superpopulista, possa essere tramandata solo attraverso leader immersi nello spirito del tempo, e dunque ruvidi, ineleganti, incapaci di predicare bene anche quando razzolano benissimo. Ma gli unici in grado di vincere.

Chi siano invece i campioncini italiani filo-Cina ce l’ha già detto la cronaca. Pechino può vantare in Italia un attacco a tre punte in termini di influenza e sintonia politica: Romano Prodi-Massimo D’Alema-Giuseppe Conte. Quest’ultimo, il mese scorso, intervistato da «Bloomberg», ha esplicitamente lasciato a verbale: «L’Italia deve proteggere i propri interessi anche guardando alla Cina». Il «partito cinese» in Italia non si nasconde più, si manifesta in modo perfino plateale, tramite l’uomo che si candida alla guida del centrosinistra.