Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della tecnologia delle emozioni, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.
Courtesy of Close And Remote Collective
We are making a film about Mark Fisher «and now that you are watching, so are you» è molto di più di un semplice documentario sulla figura del teorico e critico culturale britannico prematuramente scomparso nel 2017. «È un progetto d’arte che ha un film all’interno», spiegano Simon Poulter e Sophie Mellor, artisti visuali membri del collettivo Close and Remote che hanno ideato l’opera. Nato un anno fa da una conversazione casuale «seduti in un parco con il giornalista Tim Burrows», il documentario esplora e rievoca l’eredità di Fisher. Lo fa utilizzando una metodologia “emergente” e collettiva che aggira le logiche di quello che la filosofa Jodi Dean definirebbe “capitalismo comunicativo”, una teoria secondo cui le tecnologie di rete avrebbero sfruttato il desiderio di connessione per affossare gli ideali democratici, trasformandoli in merce.
Contrariamente alle pratiche artistiche tradizionali, gli autori hanno utilizzato Instagram come uno spazio di ricerca pubblico e discorsivo. È servito per trovare contributori, raccogliere testimonianze di amici, lettori e studiosi di Fisher e riflettere intorno alle sue teorie, rispondendo alla sua chiamata alla collaborazione. «È una cosa piuttosto inusuale per gli artisti: normalmente non si condividono cose sul lavoro in uno spazio così grande e pubblico», spiegano gli autori, che hanno provato a riportare Instagram alle sue funzionalità originarie: condividere informazioni, idee e farsi nuovi amici. Il film è stato realizzato senza budget, basandosi interamente su relazioni di amicizia e cooperazione tra i sostenitori di Fisher. Questa modalità collaborativa si traduce in un’estetica underground, «un po’ come fosse un film punk». Sophie e Simon raccontano di aver adottato un approccio quasi forense, ripercorrendo le tracce di Fisher: «Abbiamo messo tutti i dati sul muro e abbiamo creato la storia che potevamo trovare». Il risultato è un puzzle narrativo che rifiuta la patina lucida di un prodotto commerciale, e che vede già un sequel con Alice in Wonderland FFS (For Fuck Sake).






