I ministri nell’anticamera, i vicepremier a rapporto da Giorgia Meloni. Poco prima delle 16, con già mezz’ora di ritardo rispetto alla convocazione originaria del Cdm, la presidente del Consiglio decide che prima di radunare il governo tocca fare un punto con i leader di maggioranza. Sulla sua scrivania si affastellano da giorni dossier senza via d’uscita. Ma bisogna trovarla, alla svelta. Ecco perché la premier convoca Matteo Salvini e Antonio Tajani. Nel faccia a faccia, si spazia dalle spese per la difesa, rognosissime in un tempo come questo in cui scarseggiano i soldi contro il caro-benzina, alle nomine nelle grandi authority di Stato, dalla Consob all’Antitrust, all’Anac. E ancora: piano casa, balneari, una spolverata di regionali. Vedi la Lombardia: il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, che FdI avrebbe gradito per il post Fontana, si sfilerà a ore. I Fratelli però non mollano la regione, tanto da avere offerto alla Lega il candidato a Milano (anche se Ignazio La Russa vorrebbe Maurizio Lupi).

Si parte dal capitolo riarmo. In mattinata era stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, a porre il tema pubblicamente, perché entro fine mese bisogna decidere se procedere o no con il Safe, il meccanismo di prestiti pensato dalla commissione europea, quasi 15 miliardi per l’Italia. Crosetto è in pressing forte. Viene invitato a partecipare alla riunione, a cui si aggiungono per competenza tecnica (cioè: l’occhio al portafogli) il titolare del Mef, Giancarlo Giorgetti, e il ministro degli Affari Ue, Tommaso Foti. I toni sono cordiali, ma Crosetto insiste: «Quei soldi alla Difesa servono». Il collega dell’Economia non s’intromette negli affari militari, ma bada ai conti: «I cordoni della borsa - il ragionamento di Giorgetti che viene riferito da diverse fonti - sono tirati». E tra una settimana scade la proroga del decreto accise.