Da decenni l’università di Genova studia le profondità delle Maldive. Scogliere coralline, sorgenti idrotermali e grotte rendono quel mare una miniera di informazioni per i biologi. “In ambienti così unici è possibile scoprire nuove specie. Molti ricercatori italiani hanno passato decenni immergendosi lì, sono ormai come sirene” racconta Roberto Danovaro, direttore per dieci anni della Stazione zoologica Anton Dohrn a Napoli, professore di biologia marina all’università Politecnica delle Marche e sub esperto. Anche lui si è immerso spesso alle Maldive.
“La loro esplorazione era complessa” dice a proposito dell’immersione in cui sono morti cinque biologi italiani, fra cui la docente dell’università di Genova Monica Montefalcone, che faceva ricerca alle Maldive dal 2013. “Si trattava di raggiungere una grotta profonda, a 50 metri. Per questo avevano con sé una guida, sempre italiana, e non erano accompagnati da studenti. Percorrendo le cavità e penetrando nei fori stretti fra le rocce può capitare facilmente di perdere l’orientamento, specialmente se si solleva pulviscolo e la visibilità diventa scarsa. A quel punto sembra di ritrovarsi fra pareti prive di aperture e c’è il rischio che le bombole si esauriscano. In altri casi le grotte possono contenere esalazioni di gas tossici, ma non è il caso delle Maldive, perché lì non c’è attività vulcanica”.















