Carlo Tavecchio scherzando (ma non troppo) diceva sempre: “La riforma dei campionati, la madre di tutte le riforme, ma purtroppo non si trova il padre...”. Vero, non c'è stato niente da fare: 100 club professionistici (20 in A, 20 in B e 60 in C) sono una anomalia-follia tipicamente italiana. Non c'era riuscito Tavecchio. Ci aveva provato per un po' e poi si era arreso Gabriele Gravina. Veti e controveti, interessi di parte, visioni miopi, pressioni da tutte le parti. Ora tocca al prossimo inquilino di via Allegri tentare l'impresa.
Stando alle cifre Giovanni Malagò il 22 giugno, quando si vota, parte nettamente favorito contro Giancarlo Abete. Per l'ex n.1 del Coni si sono schierate apertamente la Lega di A, quella di B, sindacato calciatori e associazione allenatori mentre la Lega Pro (60 club) pare divisa a metà fra Malagò e Abete che può contare anche sulla sua Lega, quella Dilettanti (meno il Cr Lombardia). Fra le tante cose che dovrà fare il nuovo presidente della Figc, in poco più di due anni, c'è anche, appunto, questa riforma dei campionati mai attuata e naufragata fra inutili tavoli di lavoro.
L'ideale sarebbe una serie A a 18 squadre, altrettante in B e una serie C ridotta a 40 (una volta era a 120...) perchè così proprio non è più sostenibile. Malagò e Matteo Marani, presidente della Lega Pro, sono d'accordo che si debbano stabilire criteri di ammissione ai campionati più severi, cosa che non è stata fatta (purtroppo) in questi anni e i risultati si sono visti. Non si è parlato invece di blocco dei ripescaggi che potrebbe contribuire a ridurre gradatamente il numero dei club: ma anche qui si trovano troppi ostacoli. Tutto passa attraverso la sostenibilità del sistema-calcio, agli eventuali aiuti del governo col quale anche Malagò vorrebbe collaborare dimenticando le asprezze del passato.






