Hormuz resta ancora una trappola per un migliaio di navi, 977 per la precisione, il 2 per cento del tonnellaggio globale, come indica “Port Infographics 2026”, il report firmato da Assoporti e Srm, il centro studi collegato a Banca Intesa Sanpaolo che ha diffuso un dettagliato studio sulla scenario internazionale, concentrandosi poi sulla situazione dei porti italiani.

Le più penalizzate restano le tanker (product e crude) che trasportano prodotti liquidi, principalmente petrolio. Ferme nello Stretto sono 294 unità. Seguono le bulkcarrier, navi che trasportano rinfuse solide, 176 unità, seguite da 97 portacontainer. Ma è l’intera catena del trasporto marittimo a essere colpita in tutti i segmenti merceologici (dalle navi che trasportano auto a quelle specializzate nei prodotti chimici) per il blocco di questo snodo nevralgico per il sistema economico mondiale. Da qui, infatti, transitano (o meglio transitavano visto che al momento la media dei passaggi è crollata dell’89%) percentuali significative del trasporto marittimo mondiale, il 37% del greggio, il 28 di Gpl, il 19 di Gnl (gas naturale liquefatto) fino a tutti gli altri comparti.

Il risultato del blocco delle navi che sta generando forte volatilità lungo le catene di approvvigionamento è doppio: da una parte il boom dei costi, frutto dell’aumento dei prezzi dei carburanti, dei premi assicurativi e del costo del trasporto; dall’altra i pesantissimi impatti sul trasporto marittimo, come la crescita delle distanze marittime, le rotte alternative per l’energia e i container, l’aumento dei transiti del canale di Panama e la diversificazione dei fornitori delle materie prime. Un conto salatissimo quantificato il 23,7 miliardi di dollari.