“Fare il ministro delle Imprese con il governo di Giorgia Meloni? Non sono stato eletto per questo, anche se Urso è un disastro”. Lo dice al Foglio Carlo Calenda, senatore e leader di Azione, il giorno dopo aver proposto alla presidente del Consiglio, in Senato durante il premier time, una cabina di regia per affrontare le priorità strategiche del paese. “Non abbiamo ancora avuto riscontri da altri esponenti della maggioranza”, prosegue il senatore. Ma da Meloni sì, che lo ha ringraziato e si è detta ben disponibile al progetto: “Lei deve sapere, senatore Calenda, che le porte del governo, le porte mie personali, per chi ha voglia di confrontarsi nel merito di questioni, saranno sempre aperte”, ha risposto la premier.Corteggiamenti a parte, non ci si spinge oltre una costruttiva collaborazione. “Se mi chiedessero di fare il ministro non accetterei. Né ora, né in un prossimo governo, proprio non mi ci immagino – assicura Calenda –. Per me il principio di coerenza è fondamentale. Luigi Di Maio era un pessimo ministro dello Sviluppo economico, ma non per questo sarei entrato nel governo Conte”. Domanda scontata, e quello attuale? “Un disastro. Tanti dossier non li ha toccati, su quelli in cui ha messo mano ha fatto danni”. Le grane di Urso (le elenchiamo qui) non sono poche. C’è il sempiterno nodo ex Ilva, più di quaranta vertenze trattate, e in ultimo la crisi di Electrolux, multinazionale svedese di elettrodomestici che ha annunciato un piano da 1700 esuberi. Nonostante ciò, Calenda rimane dove sta. “Io farò quello che ho detto agli italiani: costruire un governo di larga coalizione tra partiti europeisti”.A Palazzo Chigi, con Meloni & Co., non entrerà dalla porta principale, ma magari dal retro sì. “Quello che dobbiamo fare responsabilmente è dare tutto il supporto disponibile sui temi più delicati, come abbiamo sempre fatto – prosegue –. Io mi sono anche proposto volentieri come consulente industriale per la questione Ilva, che conosco bene”. Lo aveva detto anche al Foglio nel giugno scorso, che risposta ha avuto? “Per ora nessuna”. Eppure, per il numero uno di Azione, quella dell’acciaieria di Taranto è fra i punti principali su cui mettere le mani. “Non ho bisogno di ruoli, ma serve capire davvero cosa sta accadendo, perché se ci sarà una chiusura definitiva occorrerà trovare 15 miliardi di euro per le bonifiche, è una roba davvero significativa”. Stesso vale per il comparto automobilistico (vedi Stellantis), altro tema su cui l’attivismo di Azione è rimasto inascoltato. “Abbiamo proposto a Meloni un piano per l’automotive”, spiega Calenda: un pacchettone di proposte che tirano in ballo interventi Ue, come l’applicazione di dazi sull’import cinese, ma anche italiani, con un potenziamento di “Industria 4.0” per il settore da dedicare a investimenti in beni materiali e immateriali.Altri nodi da sciogliere? "A mio avviso, un altro tema fondamentale è investire l'Europa della politica industriale. Se continuiamo ad andare avanti sulle deroghe agli aiuti di stato i paesi con più spazio fiscale, come la Germania, aumenteranno investimenti, spesa e attrattività, cosa che sta già succedendo". Possibilità che invece noi facciamo fatica a permetterci, complice anche un deficit al 3,1 per cento. “Ci sono tutti questi dossier aperti su cui io non ho bisogno di nessun altro riconoscimento, se non l'attenzione di chi sta al governo a far accadere le cose. Eppure – prosegue – è molto difficile, purtroppo, che accada. In questo governo manca completamente in questo governo l'attenzione all'execution, cioè a far proprio accadere le cose, operativamente. Ma credo che le cose si arenino dopo Meloni – chiosa Calenda –. Magari lei è d'accordo con le nostre proposte, ma poi non succede assolutamente niente".