"Coloro che producono opere geniali non sono quelli che vivono nell'ambiente più squisito, che hanno la conversazione più brillante, la cultura più vasta, ma quelli che, cessando bruscamente di vivere per se stessi, hanno il potere di rendere la loro personalità simile a uno specchio, in modo che la loro vita, per quanto potesse essere mondanamente e persino, in un certo senso, intellettualmente partigiana, vi si rifletta, giacché il genio consiste nel potere riflettente e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso".
Proustiano l'approccio della acclamata e ormai celebre artista, scrittrice, curatrice e ricercatrice barbadiana Annalee Davis che espone i suoi ultimi lavori, esplorativi della memoria ecologica, del sapere botanico e del potenziale futuro post sucar-cane-plantations installate dagli schiavisti coloniali britannici distruggendo l'humus autoctono e la biodiversità isolane, sia alle Corderie dell'Arsenale che ai Giardini della Biennale 2026 curata dalla compianta Koyo Kouoh (1967–2025) e intitolata "In Minor Keys", assai centrata sul Sud globale e alla voci marginali o considerate tali. Biennale 2026 che è la meno digitale e concettuale ma anche la più materica e ideologica delle ultime edizioni. Di fatto l'"arcipelago di oasi" come luoghi di riposo e contemplazione immaginato dalla Koyo pare un po' "fuori dal tempo" pur obliquamente affrontando l'attualità politica e non.











