VENEZIA - C'è qualcosa di programmaticamente ambizioso, e insieme sottilmente contraddittorio, nell'operazione che la Pinault Collection presenta tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana dal 29 marzo al 10 gennaio: un quartetto di mostre che non si limita a occupare lo spazio ma lo trasforma in un campo di tensione, un dispositivo che costringe lo sguardo a rinegoziare continuamente le proprie coordinate e a mettere in discussione ogni automatismo percettivo.
A Palazzo Grassi la grande monografica dedicata a Michael Armitage si presenta come pilastro portante e Bruno Racine direttore e amministratore delegato la definisce senza esitazioni «La più grande mostra dedicata a Michael Armitage svoltasi finora in Europa», una frase che non è soltanto celebrativa ma rivendica una posizione precisa nel panorama artistico, perché Armitage, prosegue Racine, «è uno dei pittori più importanti della sua generazione», e la mostra costruisce esattamente questa centralità rendendo evidente la sua capacità tecnica di notevole fattura nell'uso del colore e dei materiali nel creare il suo universo.
François Pinault insiste sulla capacità degli artisti di cogliere le sfide del loro tempo e di evidenziare i disequilibri del mondo, e Armitage lavora esattamente su quei disequilibri senza mai ricomporli. Nel testo di Jean-Marie Gallais si parla di «Padronanza della narrazione, della composizione e della coloritura» ed introduce subito una frizione decisiva quando osserva che i corpi «sono resi più intensi dai gesti, dalle dinamiche», cioè spinti verso una condizione di instabilità permanente.






