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14 Maggio 2026

Ultimo aggiornamento: 8:09

C’è una donna abruzzese che, dopo cinque anni di carte bollate, è riuscita a ottenere ciò che sembrava quasi impossibile: impedire ai cacciatori di entrare nel suo terreno. E per di più lo ha fatto appellandosi non a ragioni agricole o tecniche, ma a una convinzione morale. Con la sentenza n. 254/2026, il Tar di Pescara ha stabilito che la Regione può respingere una richiesta di divieto di caccia su un fondo privato solo se è in grado di dimostrare, in modo concreto e dettagliato, che quell’esclusione comprometterebbe gli obiettivi del Piano faunistico venatorio. Non bastano più automatismi burocratici o interpretazioni restrittive.

La vicenda nasce nel 2021 durante l’approvazione del Piano predetto. Decine di proprietari, raccogliendo l’invito della Stazione Ornitologica Abruzzese e di altre associazioni, chiesero alla Regione Abruzzo di proibire l’ingresso dei cacciatori sui propri terreni. Furono respinte quasi tutte le domande. Secondo gli uffici regionali, in Abruzzo era già stata raggiunta la soglia del 30 per cento di territorio protetto sottratto alle “doppiette”: un quorum considerato, di fatto, invalicabile. Ma una cittadina, una sola, assistita dagli avvocati Herbert Simone e Michele Pezone, decise di andare avanti lo stesso. E alla fine ha vinto la sua battaglia. Raccontano i legali: “Prima una sospensiva del Tar obbligò la Regione a riesaminare la domanda. Poi un nuovo diniego, praticamente identico al precedente, seguito da un nuovo ricorso. Infine la sentenza di merito arrivata in queste ore, che boccia di nuovo l’operato della Regione e mette nero su bianco due principi destinati a pesare anche oltre i confini abruzzesi”.