GERUSALEMME - Più che una conferenza per rinnovare lo storico partito palestinese Fatah, quella che si aprirà oggi 14 maggio a Ramallah somiglia a una battaglia sulla successione alla presidenza dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), sull’assetto del “dopo Abu Mazen”.La posta in gioco è alta. Lo si vede anche dal numero dei partecipanti a Ramallah, la capitale de facto della Cisgiordania: 2.500 delegati, in gran parte in arrivo dalle città della Cisgiordania ma anche collegati dai campi profughi del Libano, dall’Egitto e, se possibile, dalla Striscia di Gaza. I delegati sono chiamati a eleggere i 18 membri del Comitato Centrale di Fatah, l’organismo più potente del movimento, insieme a decine di membri del Consiglio rivoluzionario, l’organo quasi legislativo del partito.È l’VIII conferenza generale del partito. L’ultima risale a quasi dieci anni fa. Eppure sembra essere trascorso molto più tempo. L’Autorità Nazionale Palestinese vive forse la peggior crisi di credibilità e popolarità dalla sua creazione, nel 1994, come risultato degli Accordi di Oslo tra Israele e l’Olp. La leadership non ha saputo rinnovarsi, ha deluso gli elettori, soprattutto i giovani, e continua a essere percepita come corrotta. Le profonde divisioni con Hamas, il partito islamista che non riconosce lo Stato di Israele, non sono mai state sanate.Mai come stavolta le fazioni sono così divise e i temi al centro dell’agenda tanto numerosi e strategici: dalla gestione del dopo-Hamas alla grave crisi economica in Cisgiordania, fino alle relazioni con Israele, precipitate dopo il 7 ottobre, e alle profonde divisioni politiche nella società palestinese. Eppure l’VIII Conferenza generale sembra concentrata su un obiettivo: plasmare gli equilibri di potere dentro Fatah e preparare la strada per il dopo Abu Mazen. Il vero nodo del congresso è il controllo del Comitato centrale, degli apparati di sicurezza e della macchina interna del movimento (i centri reali del potere palestinese).Il presidente riveste ancora tre importanti cariche: oltre a essere presidente dell’Anp, è anche presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e leader di Fatah, il maggior partito nei Territori Palestinesi nonché la spina dorsale dell’Anp.Yasser Abbas, il figlio del presidente, è uno dei nomi che circolano di più, anche come possibile successore (sarà comunque necessaria un’elezione presidenziale). Yasser, 60 anni, di popolare ha soltanto il nome dell’ex leader Arafat. Per il resto non è ben visto, soprattutto dai giovani. Agli occhi di molti palestinesi, vedere succedere a un presidente al potere da 22 anni il figlio rappresenta un ulteriore segno di distacco tra una leadership ormai vecchia, decisa comunque a sopravvivere, e una popolazione che non si sente rappresentata.Un secondo nome è quello di Hussein al-Sheikh, nominato sei mesi fa vice di Abu Mazen, e di fatto il presidente ad interim dell’Anp. Hussein al-Sheikh è invece un dirigente veterano, un “pragmatico”, deciso a costruirsi una base di potere autonoma e a consolidare la propria influenza in vista dell’era post-Abbas. Allo stesso tempo continua a sottolineare che il prossimo presidente dovrà essere scelto attraverso elezioni.A complicare la situazione c’è un terzo pretendente della vecchia guardia: Majed Faraj, capo del Servizio Generale d’Intelligence Palestinese e una delle figure più influenti all’interno dell’Anp. Faraj, stretto confidente di Mahmoud Abbas, è cresciuto nel campo profughi di Dheisheh, a sud di Betlemme, e gode di un sostegno significativo nei campi profughi.di Massimo De Laurentiis con Riccardo Barlaam e Filippo FasuloCi sono infine altri nomi che circolano come potenziali membri del nuovo gruppo dirigente, ma difficilmente come possibili candidati alla successione: l’ex premier Mohammad Shtayyeh, dimessosi nel 2024, e Jibril Rajoub, presidente della Federazione calcistica palestinese. Anche loro sono figure associate al vecchio regime. Non Husam Zomlot, 52 anni, nato e cresciuto nella Striscia di Gaza. L’attuale ambasciatore palestinese nel Regno Unito parla il linguaggio della diplomazia internazionale, ha legami con i media globali e proietta un’immagine più moderna di Fatah.«Questa conferenza risponde a due obiettivi.Portare Yasser Abbas al centro del campo della legittimità e, nello stesso tempo, fare terra bruciata per chiunque abbia le credenziali per frenare la sua ascesa», spiega al Sole 24 Ore un ex membro governativo.di Daniele Bellasio con Gabriele SegreMohammed Dahlan, l’influente ex capo delle Forze di sicurezza preventiva di Gaza, espulso da Fatah oltre dieci anni fa, non dovrebbe partecipare con la sua delegazione.Ma il convitato di pietra è sempre lui: Marwan Barghouti, il leader di gran lunga più popolare tra i palestinesi, detenuto dal 2002 in un carcere israeliano. Barghouti, 67 anni, è considerato da Israele un terrorista ed è stato condannato a cinque ergastoli. Diversi leader occidentali lo considerano la sola figura politica in grado di riconciliare Hamas e Fatah e guidare il processo di pace. L’ex fonte governativa sintetizza in questo modo: «Se ci fosse un’elezione trasparente, Barghouti avrebbe concrete possibilità di affermarsi. Ed è questo il gioco. Abu Mazen e il suo circolo sostengono che non si possa eleggere un presidente in prigione. E invece proprio un presidente che si trova in prigione, votato in modo legittimo, avrebbe un forte impatto. Smuoverebbe le acque».
Fatah al bivio: scacchiere per il dopo Abu Mazen - 24+
GERUSALEMME - Più che una conferenza per rinnovare lo storico partito palestinese Fatah, quella che si aprirà oggi 14 maggio a Ramallah somiglia a una battaglia sulla successione alla presidenza dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), sull’assetto del “dopo Abu Mazen”.La posta in gioco è alta. Lo si vede anche dal numero dei partecipanti a Ramallah, la capitale de facto della Cisgiordania: 2.500 delegati, in gran parte in arrivo dalle città della Cisgiordania ma anche collegati dai campi profughi del Libano, dall’Egitto e, se possibile, dalla Striscia di Gaza. I delegati sono chiamati a eleggere i 18 membri del Comitato Centrale di Fatah, l’organismo più potente del movimento, insieme a decine di membri del Consiglio rivoluzionario, l’organo quasi legislativo del partito.È l’VIII conferenza generale del partito. L’ultima risale a quasi dieci anni fa. Eppure sembra essere trascorso molto più tempo. L’Autorità Nazionale Palestinese vive forse la peggior crisi di credibilità e popolarità dalla sua creazione, nel 1994, come risultato degli Accordi di Oslo tra Israele e l’Olp. La leadership non ha saputo rinnovarsi, ha deluso gli elettori, soprattutto i giovani, e continua a essere percepita come corrotta. Le profonde divisioni con Hamas, il partito islamista che non riconosce lo Stato di Israele, non sono mai state sanate.Mai come stavolta le fazioni sono così divise e i temi al centro dell’agenda tanto numerosi e strategici: dalla gestione del dopo-Hamas alla grave crisi economica in Cisgiordania, fino alle relazioni con Israele, precipitate dopo il 7 ottobre, e alle profonde divisioni politiche nella società palestinese. Eppure l’VIII Conferenza generale sembra concentrata su un obiettivo: plasmare gli equilibri di potere dentro Fatah e preparare la strada per il dopo Abu Mazen. Il vero nodo del congresso è il controllo del Comitato centrale, degli apparati di sicurezza e della macchina interna del movimento (i centri reali del potere palestinese).Il presidente riveste ancora tre importanti cariche: oltre a essere presidente dell’Anp, è anche presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e leader di Fatah, il maggior partito nei Territori Palestinesi nonché la spina dorsale dell’Anp.Yasser Abbas, il figlio del presidente, è uno dei nomi che circolano di più, anche come possibile successore (sarà comunque necessaria un’elezione presidenziale). Yasser, 60 anni, di popolare ha soltanto il nome dell’ex leader Arafat. Per il resto non è ben visto, soprattutto dai giovani. Agli occhi di molti palestinesi, vedere succedere a un presidente al potere da 22 anni il figlio rappresenta un ulteriore segno di distacco tra una leadership ormai vecchia, decisa comunque a sopravvivere, e una popolazione che non si sente rappresentata.Un secondo nome è quello di Hussein al-Sheikh, nominato sei mesi fa vice di Abu Mazen, e di fatto il presidente ad interim dell’Anp. Hussein al-Sheikh è invece un dirigente veterano, un “pragmatico”, deciso a costruirsi una base di potere autonoma e a consolidare la propria influenza in vista dell’era post-Abbas. Allo stesso tempo continua a sottolineare che il prossimo presidente dovrà essere scelto attraverso elezioni.A complicare la situazione c’è un terzo pretendente della vecchia guardia: Majed Faraj, capo del Servizio Generale d’Intelligence Palestinese e una delle figure più influenti all’interno dell’Anp. Faraj, stretto confidente di Mahmoud Abbas, è cresciuto nel campo profughi di Dheisheh, a sud di Betlemme, e gode di un sostegno significativo nei campi profughi.di Massimo De Laurentiis con Riccardo Barlaam e Filippo FasuloCi sono infine altri nomi che circolano come potenziali membri del nuovo gruppo dirigente, ma difficilmente come possibili candidati alla successione: l’ex premier Mohammad Shtayyeh, dimessosi nel 2024, e Jibril Rajoub, presidente della Federazione calcistica palestinese. Anche loro sono figure associate al vecchio regime. Non Husam Zomlot, 52 anni, nato e cresciuto nella Striscia di Gaza. L’attuale ambasciatore palestinese nel Regno Unito parla il linguaggio della diplomazia internazionale, ha legami con i media globali e proietta un’immagine più moderna di Fatah.«Questa conferenza risponde a due obiettivi.Portare Yasser Abbas al centro del campo della legittimità e, nello stesso tempo, fare terra bruciata per chiunque abbia le credenziali per frenare la sua ascesa», spiega al Sole 24 Ore un ex membro governativo.di Daniele Bellasio con Gabriele SegreMohammed Dahlan, l’influente ex capo delle Forze di sicurezza preventiva di Gaza, espulso da Fatah oltre dieci anni fa, non dovrebbe partecipare con la sua delegazione.Ma il convitato di pietra è sempre lui: Marwan Barghouti, il leader di gran lunga più popolare tra i palestinesi, detenuto dal 2002 in un carcere israeliano. Barghouti, 67 anni, è considerato da Israele un terrorista ed è stato condannato a cinque ergastoli. Diversi leader occidentali lo considerano la sola figura politica in grado di riconciliare Hamas e Fatah e guidare il processo di pace. L’ex fonte governativa sintetizza in questo modo: «Se ci fosse un’elezione trasparente, Barghouti avrebbe concrete possibilità di affermarsi. Ed è questo il gioco. Abu Mazen e il suo circolo sostengono che non si possa eleggere un presidente in prigione. E invece proprio un presidente che si trova in prigione, votato in modo legittimo, avrebbe un forte impatto. Smuoverebbe le acque».








