di
Marco Imarisio
Ieri Putin ha messo il turbo alla sua retorica bellicista esibendosi in un elogio del missile Sarmat, «il più potente del mondo», che dopo aver superato l’ultimo test, entro la fine del 2026 entrerà «in servizio operativo»
Come volevasi dimostrare. Vladimir Putin esalta il missile nucleare, il suo portavoce Dmitry Peskov dice che la fine della guerra va bene, ma solo se l’Ucraina si ritira dal Donbass, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov attacca a testa bassa gli Usa che vogliono farsi beffe del suo Paese. L’ultimo punto è forse il più importante, se sommato all’articolo del Financial Times che sostiene come sia il presidente russo che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky siano finalmente d’accordo su qualcosa, ovvero l’impossibilità di giungere a qualunque accordo che veda la Casa Bianca e i suoi emissari nel ruolo di mediatori.
Non è stato necessario attendere a lungo per avere la prova che l’annuncio dello scorso sabato di Putin su una fine della guerra «vicina» fosse un sasso nello stagno lanciato involontariamente, frasi estrapolate da un contesto che invece conteneva altri messaggi, per nulla amichevoli, a Paesi confinanti come l’Armenia. Andando con ordine: ieri Putin ha messo il turbo alla sua retorica bellicista esibendosi in un elogio del missile Sarmat, «il più potente del mondo», che dopo aver superato l’ultimo test, entro la fine del 2026 entrerà «in servizio operativo», parola di presidente. «Continueremo a sviluppare le nostre forze nucleari strategiche, creando sistemi missilistici in grado di sopraffare tutte le difese esistenti e future», sono state le sue rassicuranti parole. Per dovere di cronaca si segnala che l’annuncio della nuova arma non rappresenta una novità. Putin aveva anticipato nel 2023 l’entrata in servizio del Sarmat, poi una serie di test falliti avevano rimandato la sua attivazione.








