Il suicidio non va trattato come un tabù, ma come un tema ad alto rischio comunicativo: parlarne nel modo giusto può proteggere, parlarne in maniera sbagliata può aumentare il rischio imitativo. Lo spiega Chiara Davico, neuropsichiatra infantile, ricercatrice all’Università di Torino, dirigente medico all’ospedale infantile Regina Margherita e referente scientifico del progetto Spes (Sostenere e prevenire esperienze di suicidalità in adolescenza), attivo anche in provincia di Cuneo grazie alla Fondazione Crc.
Il sito per i professionisti dell’informazione
«È dimostrato scientificamente che i tassi di suicidio possono essere influenzati dal modo in cui i media ne parlano - spiega Davico -. Successe già con “I dolori del giovane Werther” di Goethe e più recentemente con la serie tv “Tredici”. Per questo l’Oms ha pubblicato linee guida rivolte a giornalisti, cinema, teatro e letteratura». L’Università di Torino ha inoltre creato il sito Papageno.news, pensato per aiutare i professionisti dell’informazione a evitare rappresentazioni sensazionalistiche o troppo dettagliate che potrebbero favorire comportamenti imitativi. Questo, però, non significa tacere il problema. «Ogni episodio può diventare un’occasione di educazione sanitaria e informazione sui servizi a cui rivolgersi. Bisogna puntare sull’“effetto Papageno”: raccontare storie positive di presa in carico, crisi superate, possibilità di chiedere aiuto».










