La pesantissima sconfitta referendaria è stata anzitutto responsabilità di Giorgia Meloni, ovviamente, ma non è che sia stata solo colpa sua. No, intendiamoci subito: non sto dicendo che sia stata colpa dei “suoi”, di quella “classe dirigente” di Fratelli d’Italia giudicata spesso inadeguata e incapace di tenere il passo della leader, come se i vertici e spesso anche le pendici dell’organizzazione non fossero stati tutti scelti accuratamente da lei, tra persone di sua massima fiducia, quando non proprio tra amici e parenti.

Al contrario, sto dicendo proprio che è stata questa narrazione, l’universo parallelo in cui sostenitori e analisti compiacenti hanno fatto gradualmente scivolare la nostra presidente del Consiglio, ad averla tradita, cullandola nell’illusione di essere una specie di incrocio tra Margaret Thatcher e Golda Meir.

Solo così si capisce l’incredibile sequela di passi falsi, gaffe, autogol di cui Meloni ha disseminato l’ultima parte della campagna referendaria, non appena i sondaggi hanno cominciato a cambiare segno (come tendono a fare spesso, in verità, all’avvicinarsi della controprova del voto reale), fino all’autentica esplosione di autolesionismo che ha caratterizzato i giorni immediatamente successivi alla sconfitta, quelli delle dimissioni a strascico (Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi prima, Daniela Santanchè poi). Un blackout spiegabile solamente, secondo me, con la dissonanza cognitiva prodotta dallo scoppio improvviso di una simile bolla.