Il cosiddetto salario giusto, introdotto con il decreto lavoro del primo maggio, rappresenta un’alternativa rispetto al salario minimo legale su cui si è concentrato il dibattito pubblico negli ultimi anni. Per quantificarlo, bisogna verificare il trattamento economico complessivo previsto dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (Ccnl) sottoscritti dai sindacati più rappresentativi. La prima conclusione che possiamo trarre è la natura dinamica del salario giusto: ogni settore ne avrà uno diverso.
Gli elementi da tenere in considerazione in ogni Ccnl sono la paga base, l’indennità di contingenza, gli scatti di anzianità, le mensilità aggiuntive, le altre voci di garanzia che assicurano un livello minimo di retribuzione e, se stabiliti in misura certa per tutti i lavoratori, anche gli importi erogati in sostituzione del welfare contrattuale.
In sintesi, quindi, il salario giusto comprende tutte le voci retributive, dirette, indirette o anche differite, riconosciute ai dipendenti dal contratto collettivo di riferimento con la sola esclusione delle voci retributive accessorie o variabili che sono riconosciute a singoli lavoratori come le somme riconosciute per il lavoro notturno, il lavoro straordinario, le trasferte o la malattia. Anche i bonus e, in generale, la retribuzione variabile riconosciuta ai dipendenti deve ritenersi esclusa dalla definizione di trattamento economico complessivo.






