Si amplia lo spettro dei versamenti che possono finire nel mirino del Fisco. Secondo la Corte di Cassazione, quelli effettuati su un conto corrente possono essere considerati indizio di redditi non dichiarati non solo per imprenditori e partite Iva, ma per qualunque tipologia di contribuente. Lo chiarisce l’ordinanza numero 7389 del 27 marzo 2026, che rafforza un orientamento già consolidato e destinato ad avere un ruolo sempre più centrale nei controlli bancari e nelle verifiche fiscali dell’Agenzia delle Entrate.
Un esempio tipico riguarda un piccolo imprenditore o un professionista che versa frequentemente contanti sul proprio conto corrente senza riuscire a dimostrarne con precisione l’origine. E’ il caso dell’artigiano che nel corso dell’anno versa sul conto 25 mila euro in contanti, magari incassati da lavori fatti “a voce” o da clienti che hanno pagato cash. Durante un controllo fiscale, l’Agenzia delle Entrate può considerare quei versamenti come ricavi non dichiarati.
In pratica scatta una presunzione: se i soldi entrano sul conto e il contribuente non riesce a provare che derivano, ad esempio, da un prestito familiare, da risparmi accumulati negli anni o dalla vendita di un bene personale, il Fisco può trattarli come reddito imponibile.













