La fusione Warner-Paramount continua a tenere banco nell'attualità mediatica statunitense, ma anche mondiale. Dopo un lunghissimo braccio di ferro, infatti, Paramount Skydance è riuscita a vincere la concorrenza di Netflix e aggiudicarsi la possibilità di acquisire il gruppo Warner Bros. Discovery per l'esorbitante cifra di 111 miliardi di dollari. In prospettiva nascerà dunque uno dei colossi dell'intrattenimento più grandi al mondo, concentrando dentro di sé non solo studios cinematografici e televisivi, ma anche piattaforme di streaming, proprietà intellettuali e franchise dal valore inestimabile. Un notevole passo in avanti nella vicenda è arrivato nelle scorse ore, quando la stragrande maggioranza dei soci Warner Bros. Discovery hanno votato in favore della fusione (ma contrari, tuttavia, alle buonuscite consistenti che erano state ipotizzate per il ceo David Zaslav e per altri top manager).Se dunque dal punto di vista aziendale tutto sta procedendo come previsto, anche se si è ancora in attesa di eventuali limitazioni da parte delle autorità Antitrust, è il clima culturale attorno a questa operazione a preoccupare non pochi. Sempre nelle ultime ore, infatti, numerosi nomi celebri di Hollywood hanno firmato una petizione che si dice nettamente contraria alla fusione Warner-Paramount, che porterebbe secondo i firmatari a perdite ingenti di posti di lavoro, aumento dei prezzi per i consumatori e una concentrazione dell'offerta cinematografica e televisiva, in favore di precisi generi, prodotti e orizzonti ideologici. Lanciata già lo scorso 13 aprile, la petizione ha raggiunto oltre 4190 iscrizioni tra registi, attori, sindacalisti e altri professionisti del cinema, con nomi del calibro di Robert De Niro, Sofia Coppola e Holly Hunter si sono aggiunti appunto di recente.La petizione contro la fusione Warner-Paramount e i firmatari“In quanto registi, documentaristi e professionisti dell'industria cinematografica e televisiva, scriviamo per esprimere la nostra inequivocabile contrarietà alla proposta di fusione tra Paramount e Warner Bros. Discovery”, si legge nella lettera pubblicata sul sito BlockTheMerger.com. “Questa operazione consoliderebbe ulteriormente un panorama mediatico già concentrato nelle mani di pochi, riducendo la concorrenza in un momento in cui il nostro settore - e il pubblico a cui ci rivolgiamo - non possono permetterselo”. Il pericolo previsto è quello di una riduzione delle voci, dei posti di lavoro e della libertà di espressione: “Il risultato sarà un minor numero di opportunità per i creativi, un minor numero di posti di lavoro all'interno dell'ecosistema produttivo, costi più elevati e una scelta più limitata per il pubblico negli Usa e nel mondo. In modo allarmante questa fusione ridurrebbe il numero dei principali studios americani a soli quattro (gli altri sono Disney, Universal e Sony, ndr)”.Tra gli altri firmatari, che comprendono un totale di 75 professionisti nominati o vincitori degli Oscar, ci sono: Pedro Pascal, Edward Norton, Kristen Stewart, Bryan Cranston, Cynthia Nixon, Damon Lindelof, David Fincher, Denis Villeneuve, Elliot Page, Glenn Close, Jane Fonda, JJ Abrams, Jason Bateman, Mark Ruffalo, Noah Wyle, Patti Lupone, Rosie O’Donnell, Ted Danson, Yorgos Lanthimos e molti, molti altri, a fianco anche di associazioni per la libertà di pensiero e la democrazia come Film Future Coalition, Democracy Defenders Fund, il Committee for the First Amendment di Jane Fonda e Reporters Without Borders.Oltre alla petizione, l'iniziativa BlockTheMerger organizzerà anche momenti di protesta, come quella di questa mattina fuori dalla sede di Warner a Manhattan o il prossimo giovedì a Washington in occasione di una cena privata che David Ellison, ceo di Paramount Skydance, organizzerà in onore del presidente Trump, ulteriore segnale di una preoccupante vicinanza del futuro mega-gruppo alle posizioni e agli interessi della Casa Bianca.
Da Robert De Niro a Sofia Coppola, perché tanti grandi nomi di Hollywood sono contrari alla fusione Warner-Paramount?
L'acquisizione creerà un mega-gruppo che potrebbe limitare creatività e posti di lavoro (e sarà molto vicino a Trump)








