La mafia è fatta anche dai matrimoni. Le unioni rafforzano le relazioni e l’organizzazione criminale, in un modo che finora conoscevamo solo in parte e che estremizza il ruolo del matrimonio come unione a un determinato scopo, diverso dal legame affettivo. Se infatti è scontato che i matrimoni non siano solo affari di cuore, ma che spesso siano guidati da logiche di interesse, di prestigio, dal desiderio di mantenere uno status sociale ed economico, scrive oggi un team di ricercatori italiani su Plos One, i matrimoni mafiosi sono qualcosa di più. Sono una vera e propria “tecnologia organizzativa” in cui svolgono un ruolo di primo piano le alleanze tra clan meno potenti, spiegano a Wired Maurizio Catino, Alberto Aziani, Sara Rocchi, del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Milano- Bicocca. E che, neanche a dirlo, utilizzano le donne come merce di scambio.I ricercatori descrivono i matrimoni tra famiglie mafiose come “uno strumento antico e patriarcale usato per risolvere problemi molto concreti di coordinamento, fiducia e controllo in una delle organizzazioni criminali più globalizzate”. L’organizzazione di cui parlano è la ‘ndrangheta, ed è quella su cui hanno concentrato le loro analisi, che hanno riguardato più di 900 matrimoni. Li abbiamo raggiunti per farci raccontare cosa hanno scoperto e per capire quanto possiamo dire diffuso il fenomeno dei matrimoni all’interno di comunità chiuse come strumento di potere e come studi simili possano aiutare a far luce sulle dinamiche che guidano le reti criminali. Ecco cosa ci hanno raccontato Catino, Aziani e Rocchi.Prima di addentrarci in merito a quello che avete fatto nel vostro studio, ci aiutereste a capire da dove nasce lo stimolo di ricerca?“Lo studio nasce da una domanda semplice: come fa un’organizzazione illegale di grande successo come la ’Ndrangheta - l’unica capace di espandersi replicando il proprio modello nei nuovi territori - a coordinarsi, governarsi e restare coesa nel tempo senza poter usare gli strumenti delle organizzazioni legali? Un’impresa o un partito possono contare su contratti, tribunali, gerarchie formali e procedure codificate. Un’organizzazione criminale no: non può far valere accordi davanti a un giudice, né rendere esplicite le proprie regole senza esporsi alla repressione. Deve quindi trovare altri modi per creare fiducia, stabilizzare le alleanze e ridurre i conflitti. Nella ’Ndrangheta uno di questi strumenti è il matrimonio. Non è solo un fatto privato: può funzionare come meccanismo di governo. Crea legami durevoli tra le ‘ndrine, rende più costoso tradire, facilita lo scambio di informazioni e rafforza la cooperazione in un ambiente ad alto rischio. Da qui nasce il nostro interesse: capire se e come i matrimoni contribuiscano alla struttura di potere della ’Ndrangheta. In questa organizzazione la famiglia biologica e il gruppo criminale tendono a sovrapporsi: uscire significa spesso rompere non solo con un’organizzazione, ma con genitori, fratelli, figli e parenti. È anche questa sovrapposizione tra sangue, affetti e potere che ne spiega la straordinaria capacità di resistenza”.Per capire se i matrimoni contribuiscono al potere dell’organizzazione, i ricercatori sono partiti dall’analisi di un database delle famiglie della ‘Ndrangheta realizzato in un lavoro precedente. Come avete raccolto questi dati e in che modo siete riusciti a distinguere la diversa forza dei clan?“Abbiamo ricostruito una rete di alleanze matrimoniali tra famiglie di ’Ndrangheta utilizzando fonti giudiziarie: alberi genealogici contenuti in atti processuali e circa 50000 pagine di documenti investigativi delle Direzioni distrettuali antimafia di Reggio Calabria e Catanzaro. Da questi materiali abbiamo estratto informazioni su persone, famiglie e rapporti di parentela. In totale abbiamo analizzato 906 matrimoni, che generano 770 alleanze tra 623 ‘ndrine nella componente principale della rete. Ogni famiglia è stata trattata come un ‘nodo’ e ogni matrimonio come un ‘legame’. Questo ci ha permesso non solo di vedere chi si sposa con chi, ma anche di individuare quali famiglie occupano posizioni centrali, quali fanno da ponte tra gruppi diversi e quali legami tengono insieme l’intera struttura. Per identificare i clan più potenti abbiamo usato una classificazione indipendente, basata su fonti investigative, giudiziarie e giornalistiche, poi confrontata con i dati della Direzione investigativa antimafia. Su questa base abbiamo calcolato diversi indicatori di centralità: numero di legami, posizione nella rete, capacità di intermediazione e connessioni con altri clan influenti”.Analizzando nodi e legami di questa rete i ricercatori hanno scoperto che se da un lato le famiglie più potenti sono anche quelle più centrali, un ruolo di primo piano nel mantenere la coesione all’interno dell'organizzazione criminale è svolto dai clan minori. Come emerge questo dato?“I clan più potenti sono anche più centrali nella rete matrimoniale: hanno più connessioni, occupano posizioni strategiche e sono più collegati ad altre famiglie influenti. La reputazione di potere trova quindi una conferma strutturale. Ma non sono solo i clan più potenti a tenere insieme la rete. Al contrario, le alleanze tra clan meno visibili funzionano spesso come vere e proprie ‘travi portanti’. Nelle simulazioni, rimuovendo questi legami la rete si frammenta più rapidamente rispetto a quando si eliminano legami che coinvolgono famiglie potenti. Questo suggerisce che la resilienza della ’Ndrangheta dipende anche da una trama nascosta di relazioni periferiche”.Le reti matrimoniali della ndrangheta ricostruite dai ricercatori. Catino et al., 2026, PLOS One, CC-BY 4.0
La complessa 'tecnologia organizzativa' dei matrimoni nei clan mafiosi ricostruita da un team di ricercatori italiani
Mettendo insieme atti processuali, fonti investigative e giornalistiche, Maurizio Catino, Alberto Aziani e Sara Rocchi fanno luce sul modo in cui le unioni contribuiscono al potere e alla coesione della rete criminale







