Il Ceo di OpenAI è l'ultimo a raccontare la sua versione dei fatti nel processo nato dalla causa che Musk ha depositato contro la startup: secondo l'imprenditore è stata tradita la missione iniziale perseguendo il lucro

Per la prima volta Sam Altman è entrato in un'aula di tribunale per fare la sua testimonianza sul suo lavoro e sulla sua creatura. Al processo nato dalla causa che Elon Musk ha depositato nel 2024 si contrappongono due diversi racconti sulla storia di OpenAI. Il primo lo abbiamo già ascoltato: è quello dello stesso Musk, che ha contribuito a fondare la startup e ora vuole essere risarcito perché ne è stata tradita la missione originale, ovvero creare un'intelligenza artificiale a beneficio dell'umanità senza perseguire il lucro. Il secondo è quello del Ceo, Sam Altman, l'ultimo chiamato a fare le sue dichiarazioni davanti alla giudice Yvonne Gonzales Rogers e alla giuria.

La testimonianza di Altman è durata un paio d'ore, prima interrogato dai suoi avvocati e poi da quelli della controparte. Le sue prime dichiarazioni servono a confermare la versione già data dal presidente di OpenAI, Greg Brockman: il motivo per cui Musk ha lasciato la startup, nel 2018, è che non è riuscito a prenderne il pieno controllo. Questo era il suo vero obiettivo e la ragione del suo risentimento nei confronti del progetto - diventato negli anni un successo grazie a ChatGpt - e di chi ne fa parte. Altman ha aggiunto un dettaglio, che descrive come «un momento particolarmente angosciante». Quando viene chiesto a Musk che destino avrebbe voluto per OpenAI dopo la sua morte - qualora fosse stato lui a controllarla - lui ha risposto che sarebbe stato un'eredità per i suoi figli. «La cosa non mi convinceva», ha aggiunto Altman. C'è poi la proposta di inglobare OpenAI in Tesla. Musk gli propone una poltrona nel consiglio di amministrazione. Lui - e il resto del board - rifiutano: quello - dice - «avrebbe effettivamente distrutto la no profit». Altman si focalizza anche sull'ossessione che Musk avrebbe avuto per competere con Google sull'intelligenza artificiale e sulla necessità, su cui lui stesso insisteva, di raccogliere investimenti per combattere il «malvagio» Demis Hassabis, a capo di Google DeepMind.