Il vertice di lunedì sera tra Giorgia Meloni e i suoi alleati si era chiuso con una domanda ai loro avversari: volete una legge elettorale che assegni la maggioranza dei seggi a chi vince o un sistema che consenta di governare anche a chi è stato sconfitto? Preferite la governabilità o il pareggio? La risposta è arrivata ieri: ai partiti del campo largo va bene la legge che già c’è.

Segno che il pareggio, risultato probabile con il sistema in vigore, per loro non sarebbe un problema. Alla fine di una giornata di telefonate, dopo che ogni capogruppo di Montecitorio ha parlato con tutti gli altri, alleati e avversari, restano infatti i «no» con cui da sinistra hanno risposto ai colleghi della maggioranza che li avevano invitati a trattare. Solo Azione e pochi del gruppo misto si siederanno al tavolo che inizia questo pomeriggio.

Eppure il sistema proposto dalla maggioranza tornerebbe utile a Elly Schlein e Giuseppe Conte, qualora vincessero ed entrassero a Palazzo Chigi. Vorrebbero, però, che fosse il centrodestra a regalarglielo. Discorso simile per le preferenze, non previste nella riforma elettorale. Le richieste di reintrodurle sono ipocrite: in realtà nessun capo di partito le vuole e a tutti sta bene continuare con le liste bloccate decise dalle segreterie. C’è molta cortina fumogena, insomma.